Dal cielo alla terra. Nascita dell'eroe
di Mino Milani
Articolo tratto dal n.9 - "Eroi. La missione di crescere"
L’eroe nasce in cielo, e con questo stesso nome: Ero, cioè signore, figlio di Era, la grande divinità femminile. Ha dei nemici con i quali confrontarsi e battersi, e senza i quali non esisterebbe. E’ capace di imprese precluse agli uomini: è inconoscibile ad essi, ma senza di loro non esisterebbe; e il richiamo dell’uomo è così forte, che l’eroe comincia il suo viaggio verso la terra, umanandosi nei semidei, figli di una divinità e di un uomo, e perciò stesso dotati di virtù inimitabili. Come gli uomini, però, i semidei conoscono il dolore, la fatica, l’ansia della lotta, e quindi il fronteggiare il nemico, ciò che è la loro condizione necessaria. E possono morire. Muoiono, però, senza sconfitta: ma per inganno o per tradimento, come accade ad Ercole.
E’ il rapporto con la morte il passo che, definitivamente anche se gradatamente, consegna l’eroe agli uomini. Ed ecco dunque gli eroi classici, poi quelli delle grandi saghe medievali, che sono uomini, e quindi muoiono, e anzi morendo sublimano il loro eroismo: ma che, come i semidei, muoiono invitti, per inganno o per tradimento, o cedendo a una forza sovrumana, cui nessuno resisterebbe. Achille muore perché la freccia che Paride gli scaglia è guidata a segno da Apollo; Sigfrido è trafitto alle spalle; Rolando muore a Roncisvalle non per le ferite dei nemici, ma perché il cuore gli cede, nello sforzo di suonare l’Olifante, ed avvertire re Carlo del tradimento. La morte che occorre nella battaglia o nell’avventura, è riservata agli eroi antagonisti, talvolta grandiosi quale Ettore.
Con la mediazione della poesia, comunque, il mito s’è ormai intrecciato alla storia, per cui il viaggio dell’eroe lo porta finalmente tra gli uomini nati da uomini e non dai poeti. Ma anche ora, nella storia, la fine dell’eroe è ascritta all’inganno: Leonida è sconfitto per tradimento, e a lungo si cercò d’accreditare la morte di Alessandro al veleno (ciò che s’è fatto, ed anche recentissimamente, per quell’eroe anomale che è Napoleone.) E’in ogni modo è la morte a consegnare all’umanità l’eroe.
Il quale tuttavia, pur pronto ad accettarla, non la cerca: un eroe dei lontani anni di scuola, Pietro Micca, accende sì la miccia fatale: ma tenta poi d’allontanarsi dai barili di polvere. Il motto del 17° Lancieri, quello di Balaklava, era ed è Morte o gloria, e preferibilmente, come naturale, la gloria.
L’eroe rappresenta, per chi lo riconosce, un esempio e un motivo d’orgoglio universale; anche i nemici vorrebbero salvarlo dalla distruzione: "A un certo punto" rammenta uno dei combattenti della prima battaglia garibaldina (San Antonio del Salto, 6 febbraio 1846) "un cavaliere nemico si spinse audacemente fin presso il nostro campo e passando come un fulmine tra l’una e l’altra tettoia da noi occupata, tentò di gettarvi un tizzone acceso per incendiarla; il colpo gli fallì, e l’audace ebbe salva la vita per la generosità di Garibaldi, che gridò a noi: <Non fate fuoco su quel bravo!>"
Quasi dopo cent’anni giusti, il 27 settembre 1941, un ufficiale della Nelson, attaccata da aerosiluranti italiani scrive: "Dalla posizione di controllo antiaereo, potei vedere direttamente l’interno del suo apparecchio. Egli passò sulla poppa della nave, e io penso che tutti si augurarono che un tale uomo potesse vivere ancora per la lotta."
Ed è precisamente la lotta a differenziare l’eroe dal martire. Il primo non può morire passivamente, come il secondo, come cioè i cristiani nei circhi e, duemila anni dopo, i bonzi a Saigon o di Jan Palach a Praga. Certo v’è anche un martirio attivo, che insieme lega testimonianza di fede e danno al nemico combattente: esempio classico quello dei kamikaze giapponesi, che scaraventavano sulle portaerei americane i loro aerei senza mitragliatrice e carichi solo d’esplosivo. Tetra questione di oggi, le bombe umane islamiche, che generalmente colpendo un nemico inerme e spesso casuale, s’ascrivono solo a un martirio terrorista e, in sostanza, fanatico.
Che poi la lotta sia contro gli uomini, o contro altro, poco importa, e fin dal mito di Ercole; per cui, viaggiando in climi sempre più miti di quelli guerreschi, l’eroe giunge in meno desolate zone, dove alla sua prova non è più necessario il fragore della battaglia. Così è a pieno diritto ascritto alla schiera eroica chi s’oppone alla tirannide, chi difende il libero pensiero e la prevaricata dignità dell’uomo: tanto più che una tale lotta morale può comportare il rischio diretto della perdita della libertà,
e spesso anzi la morte. Anche in questi casi ormai civili s’è comunque conservato l’antagonista, il nemico, che può essere il tiranno, il potere, poi via via la sopraffazione intellettuale, il pregiudizio e, in tempi più vicini, anche altro, come l’umana miseria in tutte le sue forme, o la malattia.
Si rimane, con tutto ciò e anche negli ultimi casi, in situazioni grandiose e straordinarie, poco importa se cronicizzate: l’ulteriore tappa del viaggio vede l’eroe sottrarsi allo straordinario, e scendere nella vita d’ogni giorno. Ecco quindi l’eroe casuale, l’uomo che si ritrova capace di prontamente fronteggiare una situazione che, pur di crisi o di rischio anche mortale, si colloca nella normalità, nella banalità, in cui è pur sempre possibile un’anomalia. E quindi eroi sono i salvatori di persone in pericolo, o chi, a beneficio degli altri, affronta i rischi di catastrofi naturali, o di incendi o di imprevedibili situazioni urbane; e chi per beneficio altrui si sobbarca fatiche fisiche o tensioni nervose prolungate e distruttive. Da qui a un gradino più basso, la distanza è breve; ed inizia quindi un primo tentativo di negare l’eroe, e una sua banalizzazione. Non penso tanto a Richard Strauss, che esalta la sua lotta intellettuale ed musicale, intitolando "Vita d’eroe" il poema sinfonico dedicato a se stesso, quanto a quei ragazzi pavesi di Scuola Media che, invitati ad indicare i loro, li hanno identificati nel nonno che ha fatto l’operaio tutta la vita, o nella zia che si prende cura della madre affetta da Alzheimer. Ciò è del resto coerente a quanto comunemente accade nella nostra società, dove il senso del dovere è venuto meno, fino ad essere considerato non diversamente da una sopraffazione, e dove chi compie il proprio dovere con la serietà che esso comporta, risulta estraneo, quindi ascrivibile a una categoria straordinaria, quale appunto quella dell’eroe. Naturale che venga alla mente come, in talune popolazioni barbare, si parificassero i folli ai semidei: oggi più che mai l’uomo chiude nelle riserve dell’inconcepibile o dell’inesistente quanto non riesce a spiegarsi o troppo discorda dagli schemi comodamente prima che statisticamente costruiti.
Nel tempo,l’eroe è stato amato, odiato, discusso, negato: Voltaire, riferendosi agli eroi di guerra parla di "quei briganti che chiamiamo eroi", e ancor prima Montaigne suggeriva che in realtà "nessuno è eroe per il suo cameriere" (Goethe avrebbe sistemato le cose, negando al cameriere la possibilità di riconoscere l’eroe, ciò che è riservato agli eroi stessi; e forse le citazioni che precedono, quelle datate 1846 e 1942, lo confermano.)
Restando nel tempo, prima della banalizzazione dell’eroe, nel tentativo di sbarazzarsi di esso, s’era creato il suo contrario, cioè l’antieroe. Anche questo ha compiuto il suo viaggio: meno avventuroso, tuttavia, e infine mortificante. Dal suo primo apparire, dalla sua prima e seducente forma (Inghilterra, ‘700), e pur attraverso soste e tappe di notevole interesse, l’antieroe è infatti inesorabilmente sceso al livello becero e volgare di tempi più recenti, e infine dei nostri, ansiosi d’appiattimento e d’omologazione pacifista.
In condizioni intellettuali differenti, ma dall’identico fine, s’è cercato di togliere di mezzo tout court l’eroe, sostenendone l’impossibilità passata, presente e futura. Per quanto straordinarie possano essere le prove che l’uomo deve affrontare, si argomenta, esse sono pur sempre da collocarsi nella realtà. Alcune, indotte da eventi eccezionali, sono sicuramente impossibili da fronteggiare, e la ragione vuole che fronteggiate non siano: chi lo fa, lo fa quindi contro la ragione. Se l’eroe insomma opera in situazioni e in condizioni sovrumane, perciò stesso non esiste, perché a non esistere è la risposta a tali situazioni, a meno che non derivi da una patologia. Almeno quando ha compiuto il suo gesto, quello che lo ha reso celebre, dunque, il cosiddetto eroe è stato in realtà sopraffatto da qualcosa di obnubilante: la paura, la furia, il delirio, e insomma gli effetti dell’adrenalina. Per i protagonisti
di battaglie d’ordine esclusivamente civile, l’adrenalina viene in genere sostituita da altro, come l’interesse inconfessato, l’appartenenza a una lobby, il massimalismo confessionale, l’equivoco o addirittura un certo squilibrio mentale.
Sono del resto, gli stessi eroi (di guerra o di pace) a dichiarare d’aver agito, in quel loro momento storico, travolti da qualcosa d’imprevedibile e di inatteso: non mi sono accorto di farlo, dicono, l’ho fatto per istinto, l’ho fatto senza volerlo; e quando obiettai a uno di essi che la sua azione non poteva essere compiuta che a mente fredda, mi rispose che sì, forse sì, era vero: ma che era molto giovane, allora, e quanto aveva fatto andava ascritto all’inconoscibile della giovinezza. Non potrebbe tuttavia essere diversamente, perché la parte dell’eroe è molto difficile da sostenersi in tempi di normalità, né qualcuno vorrebbe assumersi l’impossibile ruolo d’eroe di professione. In tal modo, di colpo l’eroe torna sui suoi passi, o meglio sul suo volo, e rientra nel mito e nel cielo.
"Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi", è stato detto. Nel citato concorso pavese (accanto, però, a qualche semidio) erano indicati quali eroi Trapattoni, Gianni Agnelli, gli obiettori di coscienza, Ronaldo, Valentino Rossi e via dicendo: dovremmo, ergo, essere un popolo beato.(Ma forse lo siamo, in forza d’una non trascurabile minoranza di ragazzi,pavesi o no, che sulle pagine dei libri di storia e d’avventura sa scegliere il compagno leale, intrepido e disinteressato cui affidarsi per un certo tratto di strada).
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