Stelline d'argento tra i banchi di Columbine. I giovani eroi di Jerry Spinelli
di Elena Massi
Articolo tratto dal n.9 - "Eroi. La missione di crescere"
"Le donne e i cavalier si trovâr fuora
Delle superbe stanze della campagna
E furon di lor molte a cui ne dolse;
Che tal franchezza un gran piacer lor tolse."
Ludovico Ariosto, L’Orlando furioso
Jerry Spinelli ha iniziato a scrivere a sedici anni, per celebrare la vittoria della squadra di football della sua scuola. È stata subito passione e non si potrebbe pensare a una più fatidica iniziazione per uno scrittore che alla fenomenologia del valore dell’eroe nell’adolescenza sembra aver dedicato la sua intera opera.
Le avventure di questi "mitici" personaggi partono sempre da una realtà che rispecchia le atmosfere ordinate e simpatiche delle scuole americane che si vedono nei telefilm, tanto che viene da chiedersi come possano trovarsi azioni straordinarie in ambienti così efficientemente strutturati, da rendere banali routine quotidiane perfino gli inevitabili riti di iniziazione che la crescita impone. I voti, il passaggio da una classe all’altra, interrogazioni difficili, prove d’amore e amicizia, fanno tutt’uno con abiti alla moda e gare sportive in cui, è vero, è fondamentale essere i migliori, ma dove tutti sono pure eroi in una vetrina, stanchi e annoiati protagonisti di storie senza un -c’era una volta-.
Questi adolescenti sono mostrati, magistralmente, nel film Elephant, da Gus Van Sant che racconta una strage simile a quella di Columbine, architettando una narrazione scandita da punti di vista, più che da una sequenza temporale ordinata che renda possibile l’identificazione con i suoi personaggi. Bastano pochi accenni: i vestiti alla moda, il dramma della ragazza brutta e sognatrice esclusa dalle compagne, le prime corse in bagno dopo aver mangiato, lezioni costruttive tenute da insegnanti affascinanti e pazienti in strutture scolastiche oniriche, ma anche due giovani col viso contratto che percorrono nervosi e velocemente i corridoi con indosso grossi zaini. Sono sufficienti questi tratti tipici che rimandano ad un immaginario definito, sfruttato innumerevoli volte in svariati film e telefilm che inseguono il loro mondo, per capire chi sono i protagonisti del film e cosa succederà. Questo linguaggio ineccepibile e chiaro, però, nulla può dire su ciò che spinga due adolescenti a prendere le parti di giustizieri di una causa che apparentemente non esiste.
Eppure sono proprio gli studenti di Columbine, o magari i futuri studenti di Columbine per essere precisa, ragazzi tra i dieci e i sedici anni, che Jerry Spinelli vuole rappresentare. A loro si rivolge e loro vuole rendere eroi nel sano senso mitico che questa parola può avere. Ci riesce in vari modi. Prima di tutto possiede uno stile che, pedagogicamente, mira a ricostruire la psicologia e la voce dell’adolescente che si sente in tanti libri per l’infanzia, per cercare di dialogare con lui, di essere attuale e di offrirgli un modo per rispecchiarsi; ma poi usa, questo stile, con un’ironia che gli permette di giocare col passato e col mito. Nelle interviste si lamenta spesso di non aver letto abbastanza, giusto storie sportive e i fumetti di Bugs Bunny, e che l’ispirazione gli viene dalla semplice osservazione della realtà, anche se i romanzi che scrive pullulano di citazioni più o meno esplicite alla letteratura e al fumetto americano.
Certamente recupera i tall tales, i racconti incredibili dell’umorismo di frontiera che si sentono sì nelle avventure del famoso coniglio della Warner Bros, ma che erano state anche le prime storie di cui si erano nutriti i pionieri attraverso gli Almanacks, antenati delle riviste moderne, e che erano state anche indispensabili a Mark Twain per narrare le avventure di Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Su quest’onda, su questa vis briccona che oscilla tra sogno e realtà, quindi, evoca icone come Tom e Huck, o Pollyanna, o Charlie Brown e Lucy Van Pelt dei Peanuts, e rielabora il mito.
In Guerre in famiglia descrive terribili litigi tra fratello e sorella, in Una casa per Jeffrey Magee il razzismo tra bianchi e neri, in Quarta elementare e Crash il bullismo, in Starl Girl l’accettazione della propria e altrui diversità, in Tiro al piccione il senso del rito e della tradizione, ne La tessera della biblioteca che è composto di diversi racconti, sotto il tema centrale dell’importanza della lettura, denuncia ancora il bullismo, ma si sofferma anche sull’alienazione di una bambina drogata di televisione, su un bambino che ha perso la mamma e gira esule per le strade d’America con lo zio, alla ricerca di brandelli del passato, e di una strana amicizia di una bambina che si trova a dover vivere isolata in campagna; mentre La schiappa non è assolutamente un testo per bambini, è semmai il libro in cui viene esplorato l’Altrove a cui Spinelli attinge per le sue storie.
Tutti i romanzi si caratterizzano, inoltre, soprattutto per il differente uso di elementi ricorrenti utili anche a chiarire come si concretizzi il suo intento pedagogico.
C’è lo sport: dalla denuncia dell’ossessione per la vittoria, al senso di libertà che esso infonde, alla metafora educativa che incarna. Ci sono tanti anziani che o come nonni o come amici, spesso sono gli unici in grado di prendersi cura dei ragazzi. Mentre i genitori alzano gli occhi al cielo e sono perlopiù stanchi, occupati o lontani, i vecchi sanno raccontare storie che danno valore al presente.
Ci sono poi l’amore per gli animali sentiti come compagni inseparabili; l’uso di numerosi soprannomi per riflessioni pirandelliane; la ribellione contro gli stereotipi che inducono tutti a pensare allo stesso modo, e l’uso di tanti distintivi appesi alle magliette che declamano slogan.
Questa la realtà, ma Spinelli sostiene che «La storia di un ragazzo è fatta di una parte di realtà, due di leggenda e tre parti di mistero»(1) e coerentemente lui questo mistero lo insegue in ogni storia. Gli elementi ricorrenti sono tutte metafore per parlare dell’interiorità dei protagonisti e per legarla ad un passato che confina col mito e la leggenda. Jeffrey Magee e Star Girl sembrano essere nuovi numi tutelari degli adolescenti perché sotto un’apparente normalità, mantengono identità archetipiche. Mitico Magee è un trickster, un messaggero degli dei, un demonietto ingannatore che unisce mondi e che rende possibile la crescita e lo scorrere del tempo sotto il segno di scardinamento e ricostruzione. Star Girl, strana ed eccentrica ragazzina, assomiglia ad una fata. Ricorda le protagoniste femminili del film Chocolat, accettarla significa stabilire un nuovo rapporto con ciò che in sé è profondo e si rifiuta in nome delle regole sociali. Negarne il potere invece è molto pericoloso, perché equivale a rifiutare il diritto all’individualità e all’autenticità. L’essenza simbolica di tutti i personaggi di Spinelli è garantita da una sorta di universalità con cui si potrebbe perfino giocare. Il rapporto che intrattengono col fiabesco rende possibile collegarli con migliaia di altre storie, del presente e del passato, e di confrontarle con quanto si sta vivendo oggi.
Sembra che Spinelli rincorra un’utopia, come i Pionieri, ma nei panni di un buon maestro, consapevole che ciò è impossibile senza un rapporto forte con la memoria e le proprie radici. Allora, ad esempio, l’ideale, per lui, sarebbe riuscire a creare una piccola prateria nel proprio giardino, come in Crash. Fondare uno spazio che conservi ciò che aveva reso giovani gli americani e che è anche elemento fondamentale delle loro radici: la vicinanza fisica al sogno e a una natura selvaggia che si voleva addomesticare. In questa piccola prateria la protagonista del romanzo costruisce una casetta per topini, animaletti particolarmente amati da Spinelli, che dagli esperimenti di Skinner alle avventure dell’immortale eroe disneyano sembrano essere i personaggi in cui questo paese ama più identificarsi.
Il diritto e la possibilità/impossibilità di crescere sono poi ampiamente analizzati in Quarta elementare e Tiro al piccione. In quest’ultimo testo, in particolare, diventare grandi viene collegato ad accettare e far proprio un vero rito, terribile e macabro agli occhi del protagonista, quello di sparare una volta all’anno, in occasione della festa della famiglia, a piccioni inermi. Diventare grandi significa acquisire il diritto e il dovere di uccidere i piccioni per raccogliere i fondi per i giardinetti pubblici e perché i piccioni sono animali che soffrono e devono morire. Questo rito esiste veramente in una cittadina degli Stati Uniti, ma la metafora è talmente forte e pregnante che non si può fare a meno di pensare alla Guerra Fredda, agli esperimenti atomici, alla Guerra in Vietnam e alla generazione di giovani che ha rifiutato coscientemente e categoricamente di crescere. Sono i genitori di questi bambini, è l’America che vuole prendersi cura di loro. Essa viene evocata ne La schiappa, le cui parole oscillano tra la sorda e disperata rassegnazione di Faulkner, il trattato pedagogico che osserva “scientificamente” e metodicamente la crescita di un bimbo dall’entrata all’uscita dalla scuola elementare, e la dimensione simbolica assegnata all’infanzia da Salinger. Il protagonista è un bimbo malato che però ama profondamente la vita, anche se non riesce a fare niente secondo i canoni di eccellenza dell’educazione americana; è una schiappa, appunto. Un epico giorno il suo eroe, il papà che fa il postino, lo porta con sé al lavoro e gli fa provare che significa diventare grande. Quel giorno Donald, il nome del piccolo, conosce una signora che da trentadue anni aspetta alla finestra che ritorni il fratello disperso, smarrito, abbandonato e dimenticato in Vietnam, e una bambina tenuta al guinzaglio dalla mamma.
Ripensando a Columbine, osservando questi ragazzi che vengono lasciati a se stessi e alla giungla di messaggi confusi e disordinati sparati dai mezzi di comunicazione di massa, credo che Itard dovrebbe cercare un nuovo tipo di bambino selvaggio, e Rousseau tracciare un altro stadio dello Stato di Natura. Jerry Spinelli, invece, vuole ridefinire lo sguardo sugli adolescenti, cerca di comprenderli.
I suoi bambini richiamano la dolcezza e la malinconia del segno essenziale e stilizzato che anima i Peanuts, e insieme il livore e la violenza morale che agita la penombra biedermeier di Max e Moritz, ma sempre conservando dignità e sobrietà, anche quando urtano contro la vita e fanno crash, o quando partecipano ad assurde feste nei giardinetti pubblici della loro città, o quando dichiarano guerra ai propri fratelli e anche quando vogliono diventare topastri di fogna.
Essi restano personaggi esemplari per riflettere sulla condizione universale dell’infanzia e dell’adolescenza di oggi, pur mantenendo caratteri che assegnano alle loro vite una precisa identità e l’appartenenza a uno specifico patrimonio di simboli e immagini.
Star Girl, ad esempio, si fa chiamare ragazza-stella piuttosto che col suo vero nome, e la mamma di Donald, ne La schiappa, conserva delle stelline ritagliate da carta argentata, per attaccarle alla sua camicetta e premiarlo, quando compie il suo dovere, e per confortarlo, quando nessuno riconosce il valore di quello che ha fatto.
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1. J. SPINELLI, Una casa per Jeffrey Magee, Mondadori, 1994