L’etica del riso di un’eroina
di Elettra Stamboulis
Articolo tratto dal n.9 - "Eroi. La missione di crescere"
Già la parola mette in difficoltà: eroina. Rimanda in quanto omofono a sostanza stupefacente caratterizzante gli anni Settanta/Ottanta. La fine di una generazione. Del resto i due termini sono connessi.
Gli omofoni giocano brutti scherzi, ma se ci scolleghiamo dall’autoritarismo del suono e ricerchiamo altri echi, la cosa non si fa meno inquietante.
Vi ricordate Wonder Woman, per stare nel fumetto classico, coscia larga, vestito pudico, ma ammiccante, contornato di capelli neri? La versione femminile de "I want you in U.S. Army", realizzata come icona silfide della vittoriosità americana. Credo che nessuno ricordi una sua storia. L’eroe donna, fatta eccezione per le protagoniste dei testi biblici o sacri (e sarà poi concesso usare questo termine…), non hanno mai avuto grande credibilità. Certo c’è Rachele, Ruth, Giuditta, Antigone, Elena, e poi Maria, archetipiche e condensati di sapere e gloria. La figura femminile sintetizzava quello che è all’inizio, è l’Arché, la primigenia voragine uterina. Poi deve scomparire per dare spazio alla mescolanza e al mondo, quando la verginità della fondazione è persa. Nello stretto conciliabolo degli Women Studies occidentali, molto si è discusso sull’incidenza dell’assenza del modello femminile eroico per la crescita di donne libere. Questo vuoto non è stato di fatto ancora colmato, nel mondo cosiddetto occidentale. Sicuramente, ci sono le Lara Croft di turno, ma credo che come azione modelizzante sia stata più efficace Mulan delle eroine futuribili. Mulan, come disse una bambina all’uscita dal cinema, è la prima che ce la fa da sola.
L’eroe nella sua struttura occidentale porta il lutto nel suo nome; la sua etimologia è incerta, ma certa è la stretta, quasi sinonimica convivenza, con sepolcro o morte. Di fatto nell’antichità lì era posto il suo limite ed il discrimine con il divino: nell’evoluzione novecentesca, se per motivi edulcorativi quasi sempre la scampa, eppure con essa deve sempre misurarsi. In Watchmen (1) di Moore e Gibbons , epica a fumetti del concetto di eroe a strisce statunitense, tutto comincia con una morte e con un primo piano di macchia di sangue. D’altro canto l’eroe originario è quanto di più vicino all’odierna percezione di martire, che originariamente significa testimone. Satrapi ha scelto di essere martire nel senso etimologico del termine, e in un certo senso quindi anche eroina. Ovviamente eroina con le precisazioni del caso: soprattutto dopo l’ennesima ondata di retorica patriottica sull’eroe (dopo la strage di Nassiriah), utilizzare questo termine mi provoca un inizio d’ulcera, nonché l’alone di funereo e nefasto, che sempre è stato collegato al campo semantico dell’eroismo, mi sembra quanto di più lontano dalla storia a fumetti di Satrapi. Ovvero: questi eroi morti per la patria, senza richiederlo, e che diventano un nome sulla lapide, con fanfare al seguito e via dicendo, sono simboli che con l’eroina piena di insicurezze e consapevole dei propri limiti e dei propri desideri di Satrapi hanno ben poco a che fare. Nella storia da lei raccontata questo tipo di eroi prendono le sembianze dei martiri. Numeri riportati dal padre al ritorno a Teheran dopo la lunga permanenza in Europa e che lasciano stordita la giovane Satrapi. Quando gira per le strade della capitale iraniana al suo ritorno, la presenza dei nomi dei martiri della guerra Iran – Iraq nella toponomastica non ha nessuna parvenza di trionfalismo o di aderenza ad una causa bellicista. Marjane rimane sconfortata e pervasa da un senso di lutto, molto più forte dell’obbligo di portare il velo per strada: è quella la vera presenza mortifera che la fa sentire straniera in patria.
Marjane scrive un’autobiografia, Persepolis (2), dove lei è sguardo e assoluto occhio soggettivo. La narrazione autobiografica non è nuova nel fumetto, soprattutto d’autore, soprattutto underground (dove anzi il piccolo ego fa da principe), soprattutto femminile. Il gioco è apparentemente semplice: parlare di ciò di cui maggiormente si sa, se stessi. Niente interferenze, niente invasioni. Il rischio è che quando la storia finisce, finisca anche l’avventura, ma il gioco vale la candela.
Lo scarto impercettibile, soprattutto leggendo la storia con occhi non persiani, è che siamo di fronte ad un’operazione di autobiografismo, e non di autobiografia. Con questo non voglio dire ci sia falsità: semplicemente occultamento e utilizzo di particolari o narrazione con scopi specifici, extra langue. L’autrice non è interessata, come ha fatto Phoebe Gluckner o Julie Doucet, a raccontare la propria storia per un insopprimibile desiderio di valorizzare le risorse dell’io. O meglio, questa è una componente, ma il nodo centrale e la direzione che la comunicazione prende è solo una: la didascalia, l’insegnamento. In questo senso il termine autobiografismo mi sembra più pertinente e centrato: individua con maggiore precisione l’utilizzo della narrazione in prima persona e di se stessa come protagonista operata dall’autrice. Marjane non racconta a tutti: per i persiani è ridondante leggere cos’è un mullah, o cos’è il Newroz. La prolissità del dettaglio e l’apertura a racconti nel racconto di pezzi di storia persiana, sono indirizzati ad altri. A tutti gli altri. L’altro che non suppone la sfumatura, l’ironia, la contraddizione di una società come quella iraniana. L’altro che non ricorda la storia di un Paese centrale per l’evoluzione della geopolitica mondiale. L’altro che non conosce particolari sottaciuti dai Media mainstrean. L’altro che è curioso di conoscere la storia di una povera donna sfruttata dal regime totalitario dei fondamentalisti e si ritrova a leggere la storia di una ragazzina che potrebbe essere la nostra vicina di casa: non esiste traccia di vittimismo nel racconto. Anzi, il senno di poi giudica severamente gli episodi di vittimismo effettivamente vissuti dalla protagonista/autrice. La strada maestra attraverso cui la narrazione si muove è proprio l’ironia e la ridefinizione del luogo comune attraverso la narrazione di storie. In questo libro si crede molto al potere salvifico della microstoria: soprattutto quando reale. Le tante storie narrate indirettamente contribuiscono tutte allo stesso scopo: cambiare angolatura, vedere il mondo attraverso altre lenti, decostruire il cliché. L’ironia è la bussola che la protagonista/alias Marjane porta sempre con sé: le permette di attraversare la vita e la storia e raccontare nella speranza riposta nella capacità di salvare della narrazione e ironia stessa. In questo senso non stupisce il fatto che questo libro a fumetti sia stato adottato da molte scuole medie francesi come libro di testo. Esso permette, difatti, grazie proprio a questo uso sottile dell’autobiografismo, di utilizzare la storia sia come percorso di lettura di romanzo di formazione, particolarmente adatto alla fascia d’età compresa tra i dodici e i quindici anni, sia come percorso di sensibilizzazione e di approfondimento sul tema dell’altro. Sono convinta del fatto che anche nelle scuole italiane potrebbe essere un’eroina particolarmente apprezzata dai ragazzi, ed in particolare dalle ragazze: elemento peraltro che ha trovato conferma negli incontri con le scuole che abbiamo svolto in occasione della sua visita in Italia.
Il dettato del bianco e nero senza ombre sottolinea questa sua consapevole scelta stilistica: come lei stessa ha dichiarato, il bianco e nero è stato una scelta che permette alla storia di non indugiare sul dettaglio crudo o iperrealistico, che non aiuta alla comprensione, ma crea distanza e semplice repulsione. L’astrazione dell’assenza del colore, ad imitazione della tradizione cinematografica del neorealismo italiano, mira proprio alla stilizzazione, per lasciare maggiore spazio all’attenzione alla storia.
L’autrice d’altro canto vuole con questo libro non risolvere personali conflitti, non indulge all’autoanalisi psicologica, se non quando essa è utile per comprendere che essa è merce esistente anche al di fuori degli studi di Vienna dotati di lettino.
Il suo ego, prima bambina, poi adolescente e giovane adulta, attraversa il tempo puntando il dito indice, come fanno i bambini alla scoperta del mondo. Ci mostra una realtà sconosciuta creando un forte legame di empatia con il lettore e attivando quindi meccanismi di impersonificazione. Solo in questo senso è eroe, minimo e terreno, che ha perso l’opzione di mondo mediano tra uomini e dei: la protagonista è colei che potremmo essere. Un’eroina ironica e disincantata, che ha abbandonato la strada del lutto e del pianto dei nostri eroi antenati, perché, come dice nel libro IV, "il solo modo per sopportare l’insopportabile è riderci sopra".
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1 A. Moore /D. Gibbons, Watchmen, Rizzoli, Milano, 1993.
2 M. Satrapi, Persepolis, Lizard, Roma, 200/2003, 4 volumi.