I nipotini della mezzanotte

di Silvia Albertazzi

Articolo tratto dal n.4 - "Kim"

Nel 1901 Kim appare per la prima volta al pubblico dei suoi lettori come un ragazzo di circa 16 anni: la sua data di nascita si può situare, dunque, intorno al 1885. Swami, il primo bambino della narrativa indoinglese, protagonista del romanzo d’esordio di R. K. Narayan, Swami  e i suoi amici, ha una dozzina d’anni nel 1935: essendo nato, pertanto, più o meno nel 1923,  potrebbe essere figlio di Kim, quasi quarantenne al tempo della sua nascita. E lo stesso si può affermare di Munu, il quattordicenne senza tetto e senza famiglia le cui tristi vicende sono narrate in Coolie da Mulk Raj Anand nel 1936.

Figure di un mondo in transizione, dove all’entusiasmo per il Grande  Gioco dello spionaggio imperiale sta subentrando la rivolta contro gli Inglesi, Swami e Munu scrutano con l’occhio del bambino la realtà indiana degli anni Trenta, l’uno dall’osservatorio privilegiato della borghesia filobritannica, l’altro dal sottobosco dei diseredati, dei fuori casta, degli underdogs.    E se
Narayan si scopre ironico fin dal titolo della sua opera prima (il termine "Swami" in India indica un anziano venerabile, mentre qui è solo l'abbreviazione di "Swaminathan", il nome di un ragazzino in età scolare), Anand preferisce vestire i panni di un Dickens marxista, volta a volta arrabbiato o patetico.  Narayan, maestro elementare ai tempi della stesura di Swami, racconta le avventure dello scolaretto indiano immedesimandosi nel punto di vista del bambino, che con il suo candore mette a nudo le incongruenze del mondo dei grandi. Swami non è, comunque, come Kim, un ‘fanciullo magico’.  La sua vita non è segnata da meravigliosi presagi né lo attendono incontri destinati a forgiare il suo futuro. Il suo mondo è il cortile della scuola dove spesso riesce a sfogare sui bambini più piccoli di lui tutta la sua arroganza di preadolescente; la grande avventura della sua vita, una breve fuga da casa; la sua massima aspirazione, costituire con gli amici una squadra di cricket, la cui nascita viene seguita passo passo dallo scrittore, sin dall'esilarante momento in cui i ragazzi ordinano l'intero equipaggiamento sportivo per posta. E se l’esistenza narrativa di Kim è racchiusa in un lungo viaggio attraverso l’India, il passaggio all’adolescenza di Swami è segnato dal viaggio compiuto, a libro chiuso, da un altro personaggio, l’amico Rajam che si trasferisce in un’altra città, al termine della storia, chiudendo con ciò la stagione dell’infanzia per il protagonista.
Viaggia molto, invece, e spesso suo malgrado, Munu, orfano di campagna costretto a sopravvivere da solo nelle metropoli indiane, vivendo di stenti e di duro lavoro fino alla prematura morte di consunzione a Simla, in seguito ai continui sforzi per trasportare sul risciò l’ultima delle sue padrone. E l’India che vede è variopinta, piena di vita, dolente e sanguigna quanto e persino più di quella che appare a Kim nel suo vagabondare, al punto che si potrebbe leggere il Coolie di Anand come la risposta indiana al romanzo di Kipling. Se Kim è un orfano irlandese allevato in India, un ‘povero bianco’, come lo stesso autore tende a sottolineare, Munu è un misero orfano di pelle scura, un ‘povero indiano’, come recitava il titolo della prima e unica, ormai introvabile, traduzione italiana. Allo stesso modo, se Kim è un fanciullo divino, destinato, come gli eroi del mito, a grandi imprese, perché nato durante un terremoto, Munu sembra piuttosto essere condannato da qualche maledizione soprannaturale a sopportare ogni sorta di soprusi e violenze, fino alla morte precoce. Infine, se Kim gioca con slancio il grande gioco dello spionaggio al servizio degli inglesi, Munu comprende ben presto e a proprie spese che gli inglesi sono i principali responsabili della rovina della sua gente. Si può anzi notare come il romanzo di Anand narri, attraverso le avventure di Munu, la nascita di una coscienza di classe: dapprima servitore in case piccolo-borghesi a Sham Nagar, poi operaio in una fabbrica di cotone a Bombay, infine tuttofare presso una falsa lady inglese a Simla, Munu arriva a considerarsi ‘uno schiavo’  che, come la maggior parte dei sottoproletari indiani, non potrà affrancarsi se non attraverso una rivoluzione, in grado di abolire le distinzioni tra sfruttatori e sfruttati, capitalisti e proletari, padroni e operai. Munu, al termine della sua storia, sa chi è e da quale parte dovrebbe stare, se la morte non glielo impedisse; al contrario Kim, alla fine del romanzo di Kipling, in crisi d’identità, sceglie ancora una volta di non scegliere tra Est e Ovest, di mantenersi a mezza via, rifiutando di rendersi conto che non si può essere, al tempo stesso, bianchi imperialisti e amici dei neri.   
I protagonisti indiani bambini  - e adolescenti - della generazione immediatamente successiva a Kim si pongono dunque in posizione dialettica, quando non conflittuale, nei confronti del ragazzo kiplinghiano: per Anand, Kim può essere accettato solo "come un libro per bambini, una favola" , mentre quella del suo Munu è una vicenda adulta, realistica, ideologicamente schierata, malgrado le concessioni al sentimentalismo populista di dickensiana memoria. Il Narayan scrittore di bambini, dal canto suo, rimanda sì a Kipling, ma a quello dei racconti di Stalky and Co., che, fin dal titolo, sembrano porsi come modello preferenziale della sua opera prima. Al contrario, i possibili 'nipotini' di Kim, i bambini di cui si parla nei romanzi che impongono la narrativa indoinglese agli occhi del mondo intero a partire dagli anni ottanta, dal loro antenato kiplinghiano sembrano derivare non solo la visione ingenua e stupita del reale, ma anche una giocosa capacità di porsi in esso, insieme a una rivalutazione affatto originale dell'infanzia come tempo e spazio di scoperte. Tutto comincia - o, meglio, ricomincia - nel 1981, con I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, dove l'autore propone una inedita visione della storia indiana del novecento filtrata, per quanto attiene il periodo immediatamente successivo all'Indipendenza, attraverso l'interpretazione di un bambino che, essendo nato a mezzanotte del 15 agosto 1947, data della liberazione dall'impero inglese, si trova a vivere, letteralmente e metaforicamente, "ammanettato alla storia". In tal modo, il tipico protagonismo infantile diventa espediente per una rilettura della storia stessa: il bambino Saleem è sicuro, come ogni suo coetaneo, che il mondo ruoti attorno a lui. Mai protagonista della grande storia, egli tuttavia ne è il grande catalizzatore; ogni fatto di cronaca, ogni evento di politica interna o internazionale, ogni sommossa e ogni battaglia trovano origine - anzi, vengono sollecitate - da situazioni familiari, domestiche, scolastiche o assolutamente personali che caratterizzano l'infanzia di Saleem. "Così andavano le cose quando io avevo dieci anni;" commenta ormai adulto "nient'altro che preoccupazioni fuori dalla mia testa; nient'altro che miracoli, dentro".
E se il bambino Saleem rappresenta, nelle intenzioni del suo autore, l'India indipendente, i tanti altri bambini che appaiono, sulla scia del successo di Rushdie, nella narrativa scritta in inglese in Asia meridionale a fine millennio, rileggono a modo loro episodi politici e storici legati all'infanzia dei loro autori: così, mentre in India appaiono romanzi narrati in tutto o in parte da ragazzi, come Cercando di crescere di Firdaus Kanga, Beethoven tra le vacche di Rukun Advani e, recentemente, addirittura una storia raccontata anche dal punto di vista di un embrione appena concepito, Banana-Flower di Bulbul Sharma, in Pakistan la secessione del 1947 e la carneficina che l'accompagnò sono osservate attraverso lo sguardo di una bambina in La spartizione del cuore di Bapsi Sidhwa, mentre la guerra civile di Sri Lanka trova osservatori preadolescenti in Funny Boy di Shyam Servadurai e Reef di Romesh Gunesekera. Va notato come tutte queste vicende non possano più essere lette alla stregua di romanzi di formazione individuale (come lo stesso Kim, per molti aspetti, ancora può essere interpretato), ma appaiano piuttosto romanzi di formazione collettiva, le cui vicende riotano attorno alla formazione di tutto un popolo, o una nazione. La fine dell'Impero, la spartizione, le guerre contro il Pakistan e la nascita del Bangladesh vengono ripercorsi, quando il bambino non li ha vissuti in prima persona, attraverso i racconti che ne ha ricevuto dagli adulti, nel ricordo della narrazione ascoltata nell'infanzia, consapevolmente ripresa e manipolata nell'età adulta. Esemplare a questo proposito resta l'idea che il protagonista del bellissimo Le linee d'ombra di Amitav Ghosh si fa della Spartizione tra India e Pakistan attraverso i racconti della nonna, idea che acquista particolare significato quando il ragazzo, ormai quasi adolescente, si trova a vivere in prima persona sommosse .
Ciò che ancora lega questi bambini dell'India indipendente al prototipo Kim sono la loro innocenza e la loro fragilità, che mettono in risalto, per contrasto, la violenza e la corruzione del mondo circostante.  La natura aurorale del personaggio Kim, il suo aprirsi al mondo in tutto il suo candore si traducono in questi bambini narratori (o comunque narrati) di fine secolo nell'assenza di condizionamenti e pregiudizi ideologici che, insieme a una innata curiosità,  fa di loro i migliori osservatori della storia sociale, politica e personale. Così, mentre Kim si lasciava prendere anima e corpo dallo spionaggio inteso come  Grande Gioco, i suoi nipotini spesso trovano nel camuffamento, nel gioco delle maschere e delle identità plurime un modo per dare voce alla propria corporeità, alla propria differenza. Si tratta sempre di inventarsi nuove personalità, com'è proprio dei bambini, fino ad arrivare, come Kim al termine della sua storia, a dubitare della propria identità.  Ma se quest'ultimo, dopo essersi domandato: "Che cos'è Kim?", risolve con qualche 'stupida' lacrima la sua crisi ed è subito pronto a lanciarsi di nuovo nel mondo, i suoi nipoti (o pronipoti) vivono in maniera più complessa la lotta tra l'esserci e il non esserci che, secondo Calvino, travaglia tutte le adolescenze. Come Kim, come i protagonisti dei tanti romanzi di formazione occidentali, sia classici sia contemporanei, i ragazzi indiani delle ultime generazioni dubitano di esistere come individui autonomi; ma, in più, se confrontati con la società globale, o con il mondo occidentale, essi giungono a dubitare anche di esistere come soggetti sociali. Non è un caso, allora, che nel romanzo di Bulbul Sharma si dia voce a un embrione di poche settimane, minacciato di annientamento da una madre nubile che, lontana da casa, medita un aborto. E se il pretesto narrativo appare drammatico, la leggerezza con cui l'autrice lo porta a compimento, attraverso un inatteso intrecciarsi delle più stravaganti voci narrative -  tra le altre, oltre l'embrione, una moribonda in coma e i fantasmi di alcune sue parenti da lungo tempo decedute - ne fa l'ultima esponente, in senso cronologico, di una serie di autori del subcontinente che hanno saputo attualizzare l'insegnamento di Kim, recuperando il miracolo del suo sguardo incantato sospeso sulla realtà indiana in una lievità narrativa inusitata, una grazia narrativa che riesce a rendere appetibili anche le tematiche più scabrose, ad alleggerire anche i momenti più grevi della storia recente.

Silvia Albertazzi è docente di Letteratura dei Paesi di Lingua Inglese e Responsabile Scientifico del Centro Studi sulle Letterature Omeoglotte dei Paesi Extraeuropei presso l’Università di Bologna. Tra i suoi lavori si ricordano: Bugie sincere. Narratori e narrazioni 1970-1990 (Editori Riuniti, 1992);  Il punto su: La letteratura fantastica (Laterza, 1993); Nel bosco degli spiriti. Senso del corpo e fantasmaticità nelle nuove letterature di lingua inglese (Vecchiarelli, 1998); Lo sguardo dell’Altro. Le Letterature postcoloniali (Carocci, 2000).

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