Chi è Kim

di Anna Antoniazzi

Articolo tratto dal n.4 - "Kim"

Non esiste, nella produzione letteraria di Kipling, un personaggio che riesca a rappresentare il rapporto dell’autore con l’India meglio di Kim.

ll piccolo protagonista, all’inizio del romanzo, cavalca il cannone «Zam-Zammah, il quale è situato sopra una piattaforma di mattoni, di faccia all’antica Ajaib-Gher, la Casa delle meraviglie, come gli indigeni chiamavano il museo di Lahore. Chi tenga il Zam-Zammah, il drago dal fiato di fuoco, tiene il Punjab; perché quel gran pezzo di bronzo verde è il primo bottino del conquistatore (1) ». Per Kim, stare a cavalcioni su quell’indiscusso simbolo di potere non ha significati egemonici, non serve a ribadire la sua appartenenza al mondo dei sahib, ma al contrario, può metaforicamente essere ricondotto alla sua esistenza liminare, a cavallo fra due culture, fra le quali dovrà cercare di trovare se stesso, la sua identità più profonda.
Kim, come anche Kipling bambino, è profodamente immerso nel mondo indiano, ne assapora l’essenza caotica e perturbante, ne vive le contraddizioni, ma lo fa rimanendo super partes: non prende mai posizioni ideologiche o sociali, non si sente superiore ai nativi in quanto sahib, figlio di sahib, ma al contrario è sgomento di fronte alla grande solitudine dell’uomo bianco che che si trova profondamente a disagio nell’impadroneggiabile e irrazionale mondo indiano.
Kim è parte integrante di quella realtà inconsueta, è l’«amico di tutti» e nessuno mostra diffidenza o sospetto nei confronti del piccolo sahib.
Azzardando parallelismi tra la vita di Kipling, che all’età di vent’anni comincia a far parte della massoneria nella Loggia “Hope and Perseverance” di Lahore, e quella del suo alter ego Kim, si può intuire che per il protagonista del romanzo l’India rappresenti la sua personale, multiforme, poliedrica loggia massonica, all’interno della quale tutti si chiamano ‘fratelli’, ‘amici di tutti’, appunto. Ed è dalla poesia Loggia madre, scritta nel 1896, quando ormai Kipling si è trasferito in Inghilterra, che si può comprendere meglio questa attribuzione: il lungo elenco degli affiliati che annovera appartenenti a tutte le caste, religioni, ceti sociali, gradi militari si conclude con una strofa che racchiude l’essenza stessa di Kim e rimanda alla sua necessità di essere, al tempo stesso, sahib e indiano. Con le parole «fuori si diceva sergente, signore, salute, salam; ma dentro soltanto fratello» Kipling si riferisce ad un’isola felice, rappresentata dalla loggia, all’interno della quale ogni conflitto è sopito, ogni differenza accettata, ogni appartenenza leggittimata.
Ma, al di là del sogno, Kipling sa bene che la realtà è dura, terribile, spietata e che al di fuori della loggia è necessario prendere posizione, scoprire la propria identità ed essere pronti a subirne le conseguenze, in particolare se, come Kim, si appartiene contemporaneamente a due mondi opposti e contrastanti.
Antonio Faeti utilizza la parola «intermedi» per definire Kim e altri personaggi della produzione kiplingiana «che sono ad est di Suez» e sostiene che «Kipling stesso, ad onta del Nobel, dei lettori innumerevoli, del titolo di cantore dell'impero, continuasse a sentirsi 'intermedio' proprio come Kim, posto tra lo stendardo irlandese e il mercato indiano, tra la saggezza del Lama e il destino di spia, tra il desiderio di fuga e l'accettazione di una divisa. E' una continua oscillazione, è un tentennare perpetuo, è una accettata ambiguità di fondo che è ormai più nostra che sua (2)»
E in questo senso quella di Kim è la storia di un viaggio, di una iniziazione alla vita, ma prima di tutto è la storia di una ricerca d’identità e di appartenenza.
Il viaggio con il vecchio lama Teshu alla ricerca del fiume della liberazione porta Kim a mettesi in gioco ancora più apertamente, a confrontarsi con là realtà, ad interrogarsi sulle cose, a misurarsi con se stesso. «Chi è Kim?» è la domanda che si affaccia alla mente dell' «amico di tutti» quando si trova a dover superare le tappe fondamentali della sua iniziazione. È una domanda che turba, assilla, sconvolge, perchè a quella domanda nessuno può dare una risposta se non Kim stesso. Per questo motivo il suo sguardo, attento e vorace, è pronto a cogliere ogni trasformazione, ogni particolare inconsueto, ogni peculiarità delle regioni che sta attraversando, come se la sua stessa vita non avesse senso al di là di quei colori, di quei profumi, di quei suoni, di quei paesaggi, di quegli uomini così ‘diversi’, eppure così necessari.
Kipling è stato spesso tacciato di essere ‘bardo dell’imperialismo britannico’ e portavoce della superiorità dell’uomo bianco rispetto ai ‘colored’, ovvero, degli occidentali rispetto agli orientali, ma in Kim questa prospettiva risulta assolutamente rovesciata. La magia e il fascino dell'India «piena di santi che balbettano vangeli in lingue strane; affraliti e consunti dal fuoco del proprio zelo; sognatori, ciarloni e visionari (3) » fanno dimenticare a Kipling di essere inglese: quel mondo gli prende la mano e lo accompagna in luoghi inaccessibili all'Occidente coloniale, negli incanti del diverso, dell'altro da sè fino a scoprire un mondo parallelo in cui lo sconfitto non è sempre il colonizzato e nel quale anche un bianco può trovare la sua strada.
Alla fine del viaggio attraverso la Grand Trunk Road, il lama Teshu ha trovato il fiume della liberazione e Kim si ferma per chiarire a se stesso il senso di quel vagare: « Io sono Kim, io sono Kim. E che cosa è Kim? L'anima sua ripeteva queste domande senza tregua. Non aveva voglia di piangere ... ma, a un tratto, lagrime facili e sciocche gli stillarono giù pel naso, ed egli sentì le ruote dell'essere suo ringranarsi .. al mondo esteriore. Le cose che un istante prima erano passate inavvertite sui globi dei suoi occhi, assumevano adesso proporzioni e significato. Le strade erano fatte per camminarvi sopra, le case per viverci dentro, i campi per essere arati, gli uomini e le donne per conversare insieme ...  Ch'egli sia un maestro od uno scriba, che importa? Egli otterrà la liberazione. E tutto il resto è vano (4)».
Dunque l'India non discrimina e Kim, figlio di bianchi, ha la possibilità di ottenere la ‘liberazione’, la piena realizzazione di sè in una terra che, pur non essendo la sua, lo accoglie come una madre.
Solo apparentemente una simile sorte tocca ad alcuni personaggi, in particolare artisti, che nella seconda metà del diciannovesimo secolo lasciano l’Europa per mete esotiche, al fine non solo di trasgredire le regole, ma anche di cercare le proprie radici e di essere accolti, coccolati, cullati e vezzeggiati  da culture profondamente ‘altre’.
Da questo punto di vista, per alcuni tratti, il viaggio di Kim attraverso l’India assomiglia alle inquiete peregrinazioni di Gauguin che in Martinica e in Polinesia cerca «la realtà profonda del proprio essere (5) ». Ma Kipling, e tanto meno Kim che di Kipling bambino mantiene, amplificandole, tutte le caratteristiche, non è Gauguin. Lo scrittore britannico nasce in India, da bimbo pensa e parla in indostano, vive con gli indigeni dei quali assapora usi e costumi; non è una scelta la sua, sono le circostanze a inserirlo in un ambiente che è molto diverso da quello della lontana Inghilterra. Gauguin invece, figlio partecipe e consenziente della società e delle convenzioni borghesi, a un certo punto della sua vita lascia la redditizia attività commerciale, la famiglia, gli agi, per dedicarsi anima e corpo all’arte. «Non ha voluto lavorare a Parigi, è andato prima in Bretagna, poi a Panama e nella Martinica, infine a Tahiti  ... Le sue, però, non sono fughe  come quelle di Rimbaud, che andando in Africa rinuncia alla poesia ... il suo entusiasmo per la natura e le genti di lontani paesi non è  - neppure - una ripresa dell’esotismo romantico: in Martinica, in Polinesia non cerca qualcosa di altro o di diverso, ma ... esplora se stesso per scoprire le origini, i motivi remoti delle proprie sensazioni(6)».
Una cosa comunque, accomuna Kim e Gauguin: il viaggio serve per trovare se stessi, la propria identità, le proprie radici, ma solo Kim ha la possibilità unica di fluttuare da una cultura all’altra senza abnegazione. 

1 R. Kipling, Kim, Garzanti, 1983
2 A. Faeti, La luce che non si spegne, in G. Grilli e E. Varrà, a cura di, Il lama e il bambino, Società Editrice "Il Ponte Vecchio", Cesena,1999
3 R. Kipling, op. cit., 1983
4 R. Kipling, op. cit, 1983
5 G.C. Argan, L’arte moderna, Sansoni, Firenze, 1970
6 G.C. Argan, op. cit., 1970

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