Se schivo è il narratore
di Nicoletta Gramantieri
Articolo tratto dal n.20 - "Immagine e parola"
Un’amica mi racconta di aver amato, da bambina, alcune parti di due romanzi e di averle lette, negli anni dell’infanzia, decine di volte. Si tratta di due classici: Pinocchio di Collodi e In famiglia di Hector Malot.
La mia amica aveva apprezzato le peripezie del burattino, i colpi di scena, le vicende fantastiche, ma le pagine a cui tornava con maggior piacere erano quelle in cui Pinocchio, una volta uscito in compagnia del babbo dalla pancia del pescecane, si adattava a vivere in una capanna e traeva sostentamento dal lavoro quotidiano, girando il bindolo nell’orto di Giangio durante il giorno e intrecciando il giunco per fabbricare panieri alla sera. Avrebbe preferito, la mia amica, che la storia terminasse così, con Pinocchio che procurava il latte che tanto faceva bene al suo babbo e che alla sera imparava a leggere e a scrivere al lume di una candela.
Allo stesso modo, nel romanzo di Malot, non era tanto attratta dalle sventure di Perrine, né dalla sua forza d’animo nel perorare i diritti degli operai della fabbrica di tessuti in cui la protagonista lavora, né dal lieto fine che la vede accolta dal ricco nonno, bensì, di nuovo, da quelle pagine in cui il personaggio principale, che non sopporta la promiscuità del dormitorio della fabbrica, occupa una capanna che trova in mezzo al bosco, si procura il cibo, costruisce gli attrezzi che le servono e cuce da sola i propri abiti. Le due narrazioni hanno molti elementi in comune. La storia in entrambe pone come elemento centrale una capanna che accoglie una vita modesta e ritirata, centrata sulle necessità quotidiane e sulla possibilità per i protagonisti di trovare una risposta a queste in modo autonomo, non dipendente da elementi esterni. Il discorso si articola in descrizioni, che portano in primo piano oggetti e gesti comuni.
Le predilizioni della mia amica mi sono tornate in mente leggendo, nelle ultime settimane, La vita schiva di Duccio Demetrio. Il libro è uscito da poco e tratta di un atteggiamento timido, del bisogno di solitudine, intesi non come "una condotta difensiva, una sindrome autoprotettiva" ma come "una figura dell’umano, una voglia di vivere dalle caratteristiche peculiari". (39) Sarà perché avevo appena letto nell’ordine Il club delle mele avvelenate, Come puoi essere mia amica se non posso neanche cambiarti la vita?, Operazione matrimonio tutti scritti per un pubblico di preadolescenti o appena adolescenti, sarà perché ci sono momenti nella vita in cui è piacevole indulgere a un sentimento timido e a un desiderio di solitudine, che ho accolto il libro di Demetrio come un balsamo e mi sono chiesta quante, nel grande numero di novità editoriali per ragazzi, proponessero storie e modi del narrare schivi e discreti. Il saggio di Demetrio è ricco e articolato e certo gli si fa torto pretendendo di utilizzarne stralci, ma ci sono frasi, brani, affermazioni che mi hanno più di altre ricondotto alle storie e ai modi del narrare. Ci dice l’autore che un atteggiamento schivo porta a ricercare cespugli, anfratti, tane, a rifuggire ogni aggressività e atletica disonesta competizione, a cercare quella solitudine che riaccende lo stupore del mondo. Sono molti i romanzi in cui viene messo in scena un protagonista timido, non adeguato alle richieste del mondo, da Olle Pappamolle a Caccia al feroce Iellagel, a La schiappa, fino all’ultima Stargirl. Numerose sono le storie in cui nascondigli, ripari e recessi giocano un ruolo importante. Diversi sono anche i testi in cui la solitudine acquisisce una funzione rilevante e, dicendo questo, penso ad autori come Milani, Chambers, Creech, solo per citarne alcuni.
Mi sembra, però, che l’incontro del lettore con l’atteggiamento schivo avvenga veramente solo se schivo è il modo del narrare, se schivo è il narratore.
Demetrio scrive (56-57) che chi è timido spesso:
- scompare all’improvviso
- non si attarda a spendere troppe parole
- non crede valga la pena di insistere
- dice molto poco di sé
- si fa da parte quando avverte una presenza all’opposto espansiva
- cerca di non spintonare quando è costretto a infilarsi in un ambiente affollato.
Umberto Eco nel suo Lector in fabula sostiene che ogni autore prevede il proprio Lettore Modello e muove il testo in modo da costruirlo, producendo nel lettore le competenze che lo porteranno a essere proprio il Lettore Modello. Mi piace pensare a un autore schivo che, strutturando la sua strategia narrativa, disegni un lettore disposto a stare a questo gioco. Mi sembra una grande possibilità, per i ragazzi lettori, entrare in una relazione che si strutturi, sempre usando le parole di Demetrio, "nell’indugiare, nel trattenere un giudizio affrettato e confuso, nell’evitare un’inutile gara, nel farsi da parte dinanzi a un insignificante bisticcio", in cui "l'indecisione, il dubbio, l’istinto trattenuto danno voce alla sospensione" lasciando spazio a "nomi del sentire e del pensare (riserbo, mitezza, cortesia, delicatezza, affabilità, premura…)".
Lo scacciacorvi, Dick King-Smith, Rizzoli, 2008
Il romanzo del vecchio scrittore inglese è stato tradotto in Italia dieci anni dopo l’uscita in lingua originale. Si apre con una descrizione: "Nella capanna del pastore, gli unici suoni erano il crepitio dei tizzoni che si assestavano nella stufa di ferro, e il rumoroso succhiare e il timido belare di un agnello orfano. Il pastore teneva l’agnellino in grembo mentre lo nutriva con una vecchia bottiglia di birra con una tettarella applicata sul collo.". Chi narra sceglie di raccontare la scena assumendo un punto di vista esterno. L’azione sembra svolgersi davanti ai suoi occhi ed è resa tramite una serie di dati oggettivi: i rumori, gli oggetti, i gesti del pastore. Questa "visione da fuori" utilizzata sovente nei romanzi gialli con tutti altri fini, tende qui ad allontanare chi legge dalla scena, a renderlo spettatore attraverso un diaframma di riserbo e di rispetto. L’operazione assume importanza se contrapposta a quella modalità invadente, irriverente a cui tanto la tv ci ha abituati coi suoi Grandi Fratelli, coi suoi Amici e che finisce per riflettersi in tanti altri prodotti non televisivi. L’elenco degli oggetti, i tizzoni, la stufa di ferro, la bottiglia sottolineano una premura vicina a quanto suggerisce Demetrio: "Maneggiare con riguardo quanto ci circonda, è ben più di un invito pratico, diventa un’etica facilmente trasferibile alle persone. Importante è imparare ad accarezzare gli oggetti più plebei, quasi senza valore". La narrazione continua presentando una descrizione dell’ambiente ricca di dettagli, dal tetto in stagno della capanna al mormorio del vento proveniente da ovest, delle azioni e delle abitudini del pastore. Un lamento all’esterno desta l’attenzione del cane e del pastore, si tratta di un neonato abbandonato. Il pastore lo raccoglie e inizia con solerzia a occuparsi di lui. Chi narra nulla ci dice delle emozioni del pastore, la sua sollecitudine, il suo coinvolgimento sono resi tramite il resoconto del susseguirsi di azioni compiute per soddisfare i bisogni del piccolo. Neppure per un attimo il narratore assume il punto di vista del pastore nel tentativo di mostrarci i suoi sentimenti e neppure si erge a narratore onnisciente che tutto conosce dei suoi personaggi: si limita, da spettatore, a riferirci le parole borbottate al bambino. Anche quando ci riferisce eventi della vita del pastore lo fa riportando i fatti come chi li abbia sentiti raccontare in una piccola comunità in cui tutti sanno tutto di tutti: "Il pastore non aveva figli, per quanto lui e sua moglie ne avessero desiderati. Non sapevano quale fosse la causa di quella sterilità e ormai, dopo quindici anni di matrimonio, avevano rinunciato all’idea di diventare genitori". All’interno dello scialle che avvolge il bambino c’è un biglietto, il pastore lo legge e lo ripone in tasca: di nuovo chiaramente abbiamo la percezione della rispettosa distanza messa fra i personaggi e chi osserva, una distanza che non permette di vedere quello che c’è scritto nel biglietto. Solo alla fine del capitolo quando il pastore toglie dalla tasca il foglietto, lo liscia e lo porge alla moglie che lo legge a voce alta il lettore è portato a conoscenza del suo contenuto. Il racconto continua mantenendo lo stesso registro e la voce del narratore, che pur si avverte, suona sempre cauta e priva di giudizi. Il pastore e la moglie adottano il bambino e ad apertura di ogni capitolo avvertiamo che c’è stato un salto di anni. Seguiamo la crescita di John Joseph soprannominato Spider attraverso la descrizione degli eventi, i dialoghi dei suoi genitori e le voci degli abitanti del villaggio. Spider non è come gli altri, la sua crescita ha tempi che sono solo suoi, non impara a fare quello che fanno tutti i bambini prima e tutti i ragazzi poi, ma ha una speciale capacità di entrare in sintonia con gli animali, di comprendere il loro linguaggio. I genitori soffrono di questa sua diversità, ma riescono ad assumere il suo punto di vista, a preoccuparsi e a occuparsi della sua felicità. Spider è felice in mezzo alla natura e agli animali, viene assunto come scacciacorvi nei campi, è orgoglioso del suo lavoro e i genitori sono orgogliosi di lui e con lui. Attorno alle vicende del protagonista si snodano e si intrecciano, come spesso avviene nei romanzi di King-Smith le storie degli altri abitanti del villaggio e la Storia con l’avvento della seconda guerra mondiale.
Io sto nei boschi, Jean Craighead George, Giunti Junior, 2007 (Gru)
Il libro, che sembra essere ormai diventato un classico negli Stati Uniti, ha visto luce nel 1959 ed è stato tradotto nel nostro paese solo lo scorso anno.
La narrazione è svolta in prima persona, quella che viene messa in scena è la voce di Sam, il protagonista che, sul limitare della vita adulta, decide di andare a vivere da solo sui monti. Il racconto si compone di brani di diario che, nella finzione narrativa, il protagonista scrive su cortecce di betulla mentre vive nei boschi, uniti dal racconto degli eventi svolto da Sam un anno dopo il loro verificarsi. Abbiamo quindi due punti di vista sugli avvenimenti e sulle situazioni, uno, per così dire, in presa diretta e uno retrospettivo, l’utilizzo di due tempi verbali, il presente e il passato, e due diversi tipi di consapevolezza in merito al peso che le diverse circostanze avranno sullo sviluppo della storia. Il libro si apre con un brano di diario: "Sono sulla mia montagna, nella mia casa nell’albero. C’è passata vicino un sacco di gente, ma nessuno si è mai accorto di me." La capanna, il rifugio è menzionato già nella prima riga. Chi narra ci fornisce le parole necessarie per costruirla, parole concrete, che descrivono senza esprimere giudizi di valore sui vari elementi. "Il letto si trova appena entrati sulla destra ed è fatto di assi di frassino ricoperte con una pelle di daino. Sulla sinistra c’è un piccolo focolare che arriva circa all’altezza delle ginocchia. L’ho costruito con argilla e pietre e ha un fumaiolo che porta fuori il tubo attraverso un nodo nel tronco."
Proseguendo nel testo scopriamo che a tutte le azioni basilare della vita quotidiana viene dato il medesimo accurato rilievo e che tutte vengono riferite senza il minimo accenno di enfasi. "Sminuzzai alcune noci e le aggiunsi a una manciata di farina di ghiande con un pizzico di cenere per togliere il sapore aspro, allungai una mano fuori dalla porta per prendere un po’ di neve e preparai l’impasto per prepararmi un paio di focacce. Le cucinai sul fondo di una scatoletta di latta…" Anche la natura è descritta con la scrupolosità di un naturalista. Migliarini, cince e picchiotti, caprimulghi, mazzesorde, erba saetta sono solo alcuni dei termini in cui ci imbattiamo nelle prime pagine. Ritroviamo poi diversi temi affrontati da Demetrio nel suo saggio. Innanzitutto l’essenzialità vista come necessità di lasciarsi alle spalle un mondo troppo pieno. Sam quando lascia New York ha con sé pochi abiti, un coltellino, un rotolo di spago, una scure, 40 dollari, un acciarino, una pietra focaia e un po’ d’esca per catturare le scintille. Ha però un ricco bagaglio di letture relative alla sopravvivenza nei boschi, alla botanica, alla zoologia e sa muoversi con agio dentro alle biblioteche, competenza, questa, che gli permetterà di rintracciare la mappa che lo condurrà alle rovine della fattoria fra i boschi in cui i suoi avi hanno vissuto. Ha poi molto tempo davanti a sé e una capacità di aspettare, di non avere fretta, che risulterà fondamentale per vivere nei boschi. Sam riuscirà anche a procurarsi un pulcino di falco che alleverà, addestrerà alla caccia e sarà suo compagno per tutto il corso della storia. Sulla quarta di copertina la parola avventura tenta di definire il genere a cui il romanzo sembra appartenere. In realtà la narrazione smentisce in qualche modo questo termine. Sam narra le imprese che intraprende da un punto di vista minimalista, lo sguardo è sempre puntato alle cose piccole, alle sensazioni circoscritte, ai bisogni immediati, ai dettagli quotidiani che sostanziano la sua vita e anche in realtà quella di tutti noi.
La magia del lupo, Michelle Paver, Mondadori, 2005
Si tratta del primo volume della serie Cronache dell’era oscura. I due titoli successivi sono stati pubblicati nei due anni seguenti al primo. Di nuovo al centro della vicenda troviamo la possibilità, la difficoltà e la ricchezza di vivere in solitudine in mezzo alla natura. Mentre per Sam una simile condizione veniva resa possibile da una fuga, nel libro della Paver l’espediente narrativo utilizzato è il posizionamento della vicenda in un tempo lontano, in una sorta di tarda preistoria. Quella messa in scena non è una solitudine scelta, ma subita e accettata. La narrazione, svolta in terza persona, si apre sulla morte del padre di Torak per mano di un orso posseduto da un demone. Il protagonista si ritrova da solo nella foresta, cacciato dall’orso e costretto ad affrontare una lotta quotidiana per la sopravvivenza. La foresta è popolata da varie tribù, Torak sembra non potere appartenere a nessuna, è nello stesso tempo una specie di paria che nessuno può accettare e un predestinato. Il ragazzo, come Spider, ha la capacità di comprendere il linguaggio degli animali, non di tutti, ma del lupo, animale totem della tribù a cui in qualche modo è legato. Come Sam aveva un falco per compagno, Torak avrà un cucciolo di lupo. Le vicende narrate sono avventurose, in qualche modo anche epiche. Torak ha molte delle caratteristiche dell’eroe, è un cacciatore, combatte, è incompreso, solitario, predestinato eppure un filo fatto di riserbo, di delicatezza, di ritegno scorre per tutte le pagine del libro. Di nuovo l’atteggiamento schivo appartiene in parte alla storia e in parte al modo in cui è narrata. Innanzitutto chi narra ci propone dei cambi di prospettiva, in alcune parti del racconto il punto di vista assunto da chi racconta è quello del cucciolo di lupo: "Qualche volta si mettevano a ululare insieme cantando alla Foresta quello che provavano. L’ululato di Alto Senzacoda era irregolare e non molto intonato, ma indubbiamente pieno di sentimento. Anche il modo di esprimersi era così: irregolare, ma espressivo. Certo, non aveva la coda e non sapeva muovere le orecchie o arruffare il pelo, e nemmeno lanciare i guaiti più acuti. Ma il più delle volte riusciva a farsi capire." La voce del protagonista si fa da parte per lasciare posto al lupo, in questo c’è il riconoscimento e la proposta non di un’uguaglianza, ma di una pari dignità. L’espediente narrativo permette, fra l’altro, al lettore di sperimentare, direttamente nell’atto della lettura, questo cambio di prospettiva, questa possibilità di rinunciare a una visione che mette al centro l’uomo, senza che il narratore debba fare didascalici interventi diretti. Molte altre sono le occasioni nel testo di saggiare atteggiamenti inusitati, estranei al nostro modo di vivere e alla visione del mondo che proponiamo ai bambini e ai ragazzi. Torak combatte, lotta, ma ha un atteggiamento fatalista, sa di non potere controllare tutto ciò che lo circonda, può fare del suo meglio, ma non tutto dipende dalle sue azioni. Chi legge avverte in Torak "la discrezione, il timore di invadere la vita degli altri" di cui ci dice Demetrio e in questo caso quegli "altri" non sono solo i nostri simili, bensì tutto quanto di animato e inanimato ci sta attorno. Quello abitato da Torak è un mondo animista, in cui è necessario muoversi con discrezione, rispetto. Il protagonista caccia per sopravvivere, si preoccupa sempre, però, di compiere i riti che permetteranno all’anima della preda di sopravvivere. La natura è qualcosa con cui patteggiare non qualcosa da sopraffare. Anche in questo libro troviamo un’attenzione minuziosa per tutto ciò che riguarda la sopravvivenza quotidiana. Le parti più affascinanti del racconto sono quelle in cui Torak costruisce i rifugi per ripararsi dalla neve e dal gelo, accende il fuoco, si procura e cucina il cibo, appronta abiti che gli permettano di non soccombere al rigido inverno della foresta, affermando un’indipendenza, un’autonomia che era appartenuta, per usare ancora le parole di Demetrio, ai "primi fra i nostri arcaici progenitori che osarono allontanarsi dalle loro comunità, senza esserne esiliati, e che scoprirono che questa condizione non li riportava alla selvatichezza, bensì li mutava nel carattere e nel pensiero" a coloro, insomma, che "segnarono il vero inizio del maturare della parola io."
Testi citati
La vita schiva, Duccio Demetrio, Cortina Raffaello 2007
Lector in fabula, Umberto Eco, Bompiani, 1983
Il club delle mele avvelenate, Lily Archer, Rizzoli, 2008
Come puoi essere mia amica se non posso neanche cambiarti la vita?, Siobhan Parkinson, Mondadori, 2008, (Le ragazzine)
Operazione matrimonio, Coleen Paratore, Piemme, 2008 (Piemme junior)
Olle Pappamolle, Klaus Hagerup, Salani, 1999, (Gl’istrici)
Caccia al feroce Iellagel, Philip Ridley, Mondadori, 2003
La schiappa, Jerry Spinelli, Mondadori, 2003
Per sempre Stargirl, Jerry Spinelli, Mondadori, 2008
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