Guerre civili. Molto civili: cento anni de “I ragazzi di via Pál”

di Federica Rampazzo

Articolo tratto dal n.18 - "Giovani adulti: la grande impostura"


Il Grund…
Voi sani e bei ragazzi di campagna, che dovete fare soltanto un passo per essere all’aria aperta, nella pianura infinta sotto la grande e meravigliosa campana di vetro azzurro che chiamiamo cielo; che avete occhi abituati alle grandi distanze e agli ampi orizzonti, che non vivete ammassati alle grandi case, non potete nemmeno lontanamente immaginare cosa rappresenti per un ragazzo di Budapest un pezzo di terreno non edificato. Per lui è la sua pianura, la sua prateria, il suo deserto. Rappresenta l’infinito e la libertà. (1)


Ci sono narrazioni riassuntive di un’età, di un preciso momento storico, di una intera nazione, di un fondamentale modo di scoprire il mondo. Molnár e "i suoi ragazzi" appaiono nel 1907 su il Giornale della Domenica (Vasárnapi Ujság) e rappresentano tutto questo: due bande che si scontrano per il prezioso terreno di gioco, chiamato il grund, e per la loro libertà. Un luogo, un piccolo pezzo di terra che diventa il fondamento, la causa, la ragion d’essere e il motivo intimo per la lotta (grund è un termine tedesco che oltre a significare quanto detto sopra ha il valore di esprimere il "fondamento", gründen, e la "motivazione", begründen). Un romanzo epico, intriso di una tristezza vicina alla nostalgia per un’età passata, un’età che ha sognato e resistito per l’infinito e la libertà. In questo senso tutti i ragazzi del libro, e non solo quelli di via Pál, hanno combattuto, hanno desiderato, hanno immaginato, illudendosi, una libertà alla fine negata, rubata, strappata.
A cento anni dalla sua uscita, diventato ormai un "classico", questo romanzo non ha ancora smesso di raccontare alle nuove generazioni una importante verità: per crescere è fondamentale arrivare ad un scontro, chiamare gli "eserciti" e manifestare il proprio dissenso. È pur sempre vero che Molnár racconta una lotta finita in sconfitta, ma ha fatto del grund un paradigma, un esempio per tutti i ragazzi che sopportano il fardello del cambiamento e si rapportano con un mondo di adulti, a volte assenti, altre già perdenti oppure schiavi del progresso, quello stesso che abbatterà il grund per la costruzione di case e palazzi.
Il romanzo esplora il territorio dell’adolescenza quando è alla fine delle sue illusioni e lo fa raccontando di bande, di riti di passaggio e di morte. In questo senso Molnár si fa cantore, con
spensieratezza e malinconia, di un’età difficile che tra poco morirà nelle trincee della Grande Guerra. Il racconto già lo conosciamo, ma scavando nel profondo l’autore ci invita a riflettere sul profondo senso di appartenenza ad un gruppo che a quell’età si sente. Avere un territorio dove trovarsi, organizzarsi, per cui battersi e che alla fine si abbandona per guardare al futuro, è la manifestazione di una esigenza costante perché ogni banda che si rispetti deve organizzarsi intorno ad un luogo, capace di contenere le ansie e le gioie di ogni componente, un territorio da difendere e da liberare.
Se da un lato l’iniziazione avviene attraverso viaggi particolari e prove da superare, dall’altro lato perché essa si esaudisca e sia foriera di cambiamento esige una sua propria territorialità per la conquista di una nuova individualità. Nel gruppo o singolarmente, i componenti della banda compiono quei gesti che li porteranno alla definitiva perdita di un’età per entrare in uno stato di privilegi nel mondo superiore, quel mondo odiato ma che li circonda nonostante i tentativi di separatezza.
L’iniziazione accompagna ogni esistenza umana autentica. Per due ragioni: da una parte, perché ogni vita umana autentica implica crisi in profondità, prove, angosce, perdita e riconquista dell’io, morte e risurrezione; dall’altra parte, perché ogni esistenza, per quanto piena, a un certo momento si rivela come un’esistenza fallita. Non si tratta di un giudizio morale sul proprio passato, ma di un sentimento confuso d’aver mancato la propria vocazione, d’aver tradito il meglio di sé. In questi momenti di crisi totale, una sola speranza sembra foriera di salvezza: quella di poter ricominciare la propria vita. (2) Con queste parole Eliade ci svela il segreto, il tesoro che sottende ad ogni iniziazione antica e moderna che sia: il cambiamento. L’unico modo per essere autentici. E quei ragazzi lo sono perché rischiano, piangono e sacrificano il loro avvenire per l’unico pezzo di terra libero in tutta Budapest. Da lontano ci ammoniscono per l’incalzante cementificazione dei nostri spazi, ci ricordano che chi sottrae territori all’infanzia è causa della sua morte. Gaston Bachelard, già nel 1948, a proposito dei luoghi reali e immaginari dove scoprire e assaporare l’intimità, ci ricorda che se si concedesse al bambino un luogo solitario, un angolino, gli si offrirebbe la
possibilità di una vita profonda. (3)
Franco Moretti, in un breve saggio intitolato Kindergarten4, ci spiega come questi ragazzi scoprano la traumatica relazione tra il Super-Io e le leggi in base a cui funziona la realtà. Una relazione inesistente perché nel romanzo i padri non ci sono, hanno già abdicato, non sono modelli e non fanno neanche paura, sono sagome derise, buffe e a volte pietose, come il padre di Nemecsek, sarto incapace di farsi valere agli occhi di un petulante e crudele cliente. Il figlio ha avuto più dignità, unico soldato semplice della banda, affronta la lotta e la morte senza paura. Questi adulti "regalano" la disfatta del "principio di piacere", segnano la sconfitta di un ideale: la rinuncia al proprio Super-Io, che è come dire la rinuncia a ciò che più si è avvicinato all’ideale dell’autonomia individuale. (5)
Così si può morire per un grund, per un lembo di terra, per un sogno in pericolo. La commozione, che da lettori ci costringe a piangere di fronte alle ultime pagine, non va tanto alla morte gloriosa del giovane biondino quanto ai sopravvissuti, a chi da questa morte dovrà imparare a crescere, a chi ha visto infranta un’illusione, a chi da adulto forse rimpiangerà quei momenti di virile lotta, quei soli momenti in cui insieme si è lottato per un ideale ormai lontano e sconfitto.
Muore Nemecsek, muore il grund. Non ci sono compromessi, si deve andare avanti con la scoperta che la Bildung qui narrata è una Bildung sofferta e incompresa. Boka, il capo, non comprende meglio cosa sia questa vita, non ritrova un senso superiore in quello che è accaduto, il suo ultimo pensiero è sulla forza del mondo: guardava davanti a sé con uno sguardo serio e triste e, per la prima volta, nella sua pura anima di ragazzo, si affacciò l’idea appena percepibile di ciò che è in fondo la realtà di questa vita, che ci spinge tutti alla lotta, spesso con grande serenità, ma qualche volta anche con grande tristezza. (6)
Le speranze perdute, i giochi infranti e le sconfitte giovani ci commuovono e ci uniscono: con le lacrime rendiamo un omaggio ai superstiti, un onore delle armi al perduto Super-Io. Scopriamo che qualcosa di importante è andato perduto, ma con la consapevolezza che forse i vincitori, che sono qui anche vinti, perché sopravvissuti al dolore, possano non rassegnarsi continuando a illudersi.
L’iniziazione si è compiuta perché come ogni iniziazione ha rivelato un segreto, un mistero: la definitiva presa di coscienza che il mondo reale, con le sue leggi, non ha tempi e luoghi per
accettare le illusioni e gli ideali di chi, in futuro, farà parte del mondo adulto. Oggi I ragazzi di via Pál sembrano scomparsi dal territorio della letteratura, sempre più infatti nell’editoria escono romanzi e racconti con protagonisti adolescenti soli, problematici ed eternamente ancorati al presente. Forse è un cambiamento inevitabile, un’ accusa nei nostri confronti: i ragazzi non hanno più territori dove organizzarsi, non guardano al futuro ma si fossilizzano senza aspettative e illusioni. Il grund viene sostituito da camerette silenziose, dove le speranze sono già svanite ma forse non sono mai nate. Questi romanzi non amplificano la realtà ma la isolano, non offrono uno sguardo sull’avvenire, qui i protagonisti sopportano la vita senza lottare quasi rasseganti al tempo che passa.
Una contraddizione esiste: il luogo fisico è stato modificato da un territorio virtuale, internet. Tanti, infiniti blog dove adolescenti si raccontano attraverso foto, ricordi ed esperienze. Anche qui però la quotidianità sembra esistere solo in funzione di un racconto sterile, non c’è la capacità di pensare al domani, di andare con lo sguardo oltre lo specchio. Non voglio in questo senso giudicare solo in senso negativo questo fenomeno, ma sarebbe opportuno interrogarsi sul significato profondo di questi "territori virtuali" dove i ragazzi si confrontano e probabilmente avvertono un bisogno incessante di farlo. Ecco che allora diventa urgente riflettere su una editoria che ricalca il tempo ma sembra incapace di offrire modelli alternativi, i ragazzi ritrovano nella parola scritta già quello che vivono e leggono ripetutamente lo stesso romanzo (mi riferisco a Tre metri sopra il cielo e al suo seguito) senza chiedersi il perché.
Forse non esiste una possibile soluzione, ma probabilmente basterebbe dare ai ragazzi storie paradigmatiche dove il simbolo va al di là del mero dato reale: possono continuare a navigare su internet ma poi in quella stessa cameretta leggere di eroi, di guerre, di amori, di bande e di morte dove l’oggi viene sorpassato da una continua riflessione sul domani.

1 F. Molnár, I ragazzi di via Pál, Feltrinelli, Milano, 2002 p. 25
2 M. Eliade, La nascita mistica. Riti e simboli d’iniziazione, Morcelliana, Brescia, 2002 p. 193-193
3 G. Bachelard, La terra e il riposo. Le immagini dell’intimità, Red edizioni, Como, 1994 p. 103
4 F. Moretti, "Kindergarten", in Segni e stili del moderno, Einaudi ,Torino, 1987
5 ivi, p. 181
6 F. Molnár, op. Cit., p. 188

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