Intervista a Silvana De Mari

Articolo tratto dal numero 17 - "La costruzione del lettore"

1) Nelle Mille e una notte le storie salvano la vita a Sharazade. Fuori di metafora, cosa ci può dire un "medico che scrive" sull’impatto della narrazione sulla mente e sul corpo di un uomo? Davvero avviene qualcosa dal punto di vista biologico?

Ogni narrazione funziona se contagia emozioni ed è diversa per ognuno che la legge o l’ascolta. La narrazione fantastica contiene personaggi e ambientazioni non ancorati alla realtà, che hanno quindi maggiori possibilità di identificazione e che mobilitano emozioni maggiori. Ogni emozione modifica il nostro organismo. La scienza che studia come questo avvenga si chiama PNEI; psico neuro endocrino immunologia, ed è basata sulle scoperte di tutte le interazioni tra la psiche, il sistema nervoso, il sistema endocrino e quello immunitario. Ogni creatura umana reagisce a una situazione di abbandono, vero o presunto, producendo cortisolo, che riduce la forza del sistema immunitario. Se un bambino sgridato ha una storia che gli permette di identificarsi con il protagonista, l’abbandono viene fronteggiato. La potenza della narrativa fantastica fiabesca è quella di contagiare emozioni, ma anche di contenerne. Noi siamo terrorizzati con Biancaneve nella sua fuga, la nausea ci prende alla gola davanti all’immagine del cuore tolto da una cerbiatta, ma che sarebbe dovuto essere strappato alla principessa. Ci indigniamo per l’ingiustizia delle ginocchia di Cenerentola sul pavimento da strofinare come se fossero le nostre. E contemporaneamente nella cattiveria della matrigna cattiva nascondiamo l’astio contro nostra madre, nell’astio contro le orribili sorellastre nascondiamo la paura che i nostri fratelli siano più amati di noi, così che il nostro rancore si stempera. I neuro trasmettitori dell’amore filiale sono le endorfine. Nelle fiabe ci sono lunghe descrizioni e parti ripetitive. Vari personaggi ripetono tutti le stesse azioni oppure lo stesso personaggio ripete la stessa azione più di una volta: in genere la ripetizione dove succede l’evento risolutivo è la terza, più raramente la seconda o la settima. Queste parti quasi rituali nella loro ripetitività, che sarebbero eccessive in qualsiasi altro tipo di narrazione, servono proprio a diminuire le funzioni dell’emisfero di sinistra e permettere all’ascoltatore di scivolare nel sonno. I due emisferi cerebrali, benché simili dal punto di vista anatomico, sono altamente differenziati dal punto di vista funzionale. L'emisfero sinistro, dominante, possiede le aree specifiche del linguaggio. L'emisfero destro ha risposte più lente, dato che integrano più aree cerebrali; non ha specifiche aree del linguaggio, ma percepisce la gestualità, il tono di voce, e tutto quello che fa parte della comunicazione non verbale. Una volta che l’emisfero sinistro ha decifrato le parole che costituiscono la fiaba è l’emisfero destro che immagina il bosco verde, con il cappuccetto rosso della bimba seguita dal lupo nero. La "messa a riposo" dell’emisfero sinistro mediante le ripetizioni, permette al destro di prendere temporaneamente la dominanza. Questo crea una situazione privilegiata per la comunicazione tra mente corpo essendo i rapporti tra sistema nervoso centrale, sistema simpatico e sistema immunitario lateralizzati in favore dell'emisfero destro. Durante il racconto della fiaba il bimbo raggiunge una fase quasi di trance durante la quale c’è una produzione di serotonina, che potenzia le funzioni cerebrali, e di endorfine, molecole in grado di combattere il dolore e rinforzare il sistema immunitario oltre che di favorire il sonno. Una fiaba raccontata bene può risolvere parecchi piccoli malanni, dalle coliche al mal di testa, e anche le verruche possono scomparire con una narrazione specifica (1). Einstein affermò che se vogliamo figli intelligenti dobbiamo raccontare loro delle fiabe e che se vogliamo figli molto intelligenti dobbiamo raccontare loro molte fiabe. Una partita di calcio è un omologo neurobiologico del poema epico e del fantasy: ventidue tizi che inseguono un pallone diventano i combattenti di una guerra incruenta, gli eroi di una narrazione di cui, sempre che nessuno si sia comprato l’arbitro, tutti ignorano la conclusione fino a suo compimento. Poemi epici, romanzi fantasy e campionati di calcio trasmettono le emozioni che permettono l’affiliazione al gruppo, basate su due neurotrasmettitori, adrenalina e serotonina. Nelle situazioni di emozioni di vittoria condivise e contagiate, i neurotrasmettitori serotonina e adrenalina sono altissimi, a picco, qualcosa rispetto a cui essere strafatti di ecstasy e coca è solo una pallida e miserabile imitazione. Dal punto di vista etologico, la contrada, il partito politico, la squadra calcistica, il fan dello stesso gruppo rock, e la nazione sono il corrispettivo del gruppo o del branco, l’evoluzione della tribù preistorica. Perché un ammasso di tribù diventi stato, tutti devono avere la stessa lingua e lo stesso poema epico. Il fantasy è la narrazione di un’epoca che sta superando i nazionalismi a favore delle ideologie e che ha la caratteristica di avere tempo e luoghi non riconoscibili, proprio perché nessuno si senta escluso dal processo di identificazione.
Se le narrazioni non ci facessero bene, non le avremmo inventate. Aggiungono alla nostra vita quello che ci manca. In termini biochimici sono sistemi per riequilibrare i neurotrasmettitori. In termini umani sono quello che infrange la solitudine, che ampia all’infinito il nostro orizzonte, che ci fa ritrovare il coraggio tutte le volte che lo abbiamo smarrito. Rinchiuso nel campo di sterminio di Auschwitz, Primo Levi ritrova la sua umanità calpestata raccontando a un compagno alsaziano nel suo stentato francese di un eroe epico: Ulisse perso oltre le Colonne d’Ercole, Infin che il mar fu sopra noi richiuso.

2) Nei miti e nelle fiabe sono rimasti incastonati grandissimi temi legati ai tempi in cui si tramandavano. Con la grande peste del 1300 nasce la “danza macabra”, l’Ottocento fa emergere Andersen. È possibile portare avanti questo gioco di specchi tra realtà e finzione sul ruolo del fantastico nell’immaginario collettivo anche nel Novecento? E nel Duemila?

Nei miti e nelle fiabe è incastonato l’immaginario collettivo che cambia di epoca in epoca. Se il timore di non essere abbastanza amato rinchiuso nella figura dell’orfano è un archetipo eterno e universale, non altrettanto eterni e universali sono altri archetipi. I bambini odierni detestano le fiabe di Pollicino e Hansel e Gretel, che non capiscono. Con i miglioramento delle condizioni economiche e il crollo della natalità i figli non corrono più il rischio di essere abbandonati a morire in un bosco da genitori abbrutiti dalla miseria.
Nell’800 e nel ‘900 compare un archetipo nuovo: il diverso, raccontato da Andersen e Kafka. Ci sono enormi fenomeni migratori e l’alfabetizzazione diventa di massa: questo crea fratture verticali ed orizzontali, geografiche le prime, generazionali le seconde. Per un calabrese trapiantato a New York, Bruxelles o Torino, quello che era la norma, parlare calabrese e mangiare pane e aglio, diventa un comportamento ridicolo e risibile. Essere diverso vuol dire muoversi in un mondo imprevedibile. L’alfabetizzazione crea una frattura intergenerazionale. In un mondo analfabeta i figli sanno solo quello che è stato pronunciato dagli anziani. Se un ragazzo va a scuola, succede che sappia cose che i propri genitori ignorano, che pensi pensieri ben al di là delle possibilità della famiglia che lo ha generato, come un cucciolo di cigno affidato a un’anatra. Il brutto anatroccolo e la Sirenetta portano il dolore della loro diversità come una ferita. Nessuno vuol provare la ferita di essere il diverso: il problema del consenso è contenuto ne I Vestiti Nuovi dell’ Imperatore. L’arma dei totalitarismi e delle teocrazie non è solo la polizia segreta, ma il disprezzo e l’addolorata disapprovazione.
L’omosessualità di Andersen e l’ebreicità di Kafka ne hanno fatto i due cantori della diversità, ambedue affidati a famiglie che per un verso o per l’ altro non erano fieri di loro, e appartenenti alle due categorie di diversi che si sono poi inseguiti e ritrovati in tutti i lager e in tutti i gulag.. Kafka è autore di fiabe atroci e senza risoluzione, rapidamente entrate nell’immaginario collettivo, i cui protagonisti sono diversi di una diversità speciale: apparentemente uguali agli altri, contengono nella propria struttura colpe ignote, ma atrocemente punite. Kafka appartiene a un popolo i cui componenti periodicamente si risvegliano e scoprono che anche se non hanno commesso nulla, durante la notte sono stati trasformati in scarafaggi.
Nella seconda metà del ventesimo secolo, dopo la seconda guerra mondiale, nasce il Fantasy, con Tolkien, e il fantasy politico con Orwell. Nel primo libro L’Oscuro Signore perde e nel secondo vince. Sauron e il Grande Fratello sono i due archetipi della nostra epoca.
Il Signore degli Anelli è il libro letto come nessun altro mai, studiato scandito e tradotto nei giochi di ruolo. Quanto più aumenta l’alfabetizzazione di un popolo, tanto più dovrebbe diminuire il fascino del fantastico. Fa eccezione il mondo occidentale della seconda parte del ventesimo secolo: è un mondo iper razionale, eppure, il fantasy esplode forte come non mai. L’unica giustificazione è che ci siano nel Fantasy dei contenuti che tutti riconosciamo come nostri, emozioni spaventose che non sono affrontabili se non stemperandole nell’inesistenza di un mondo fantastico. Perché Il Signore degli Anelli ha venduto cento milioni di copie, di cui alcune sono state lette e rilette come nessun altro libro, generando anche il fenomeno straordinario dei Giochi di ruolo? Perché dentro ci sono paure che noi capiamo. Le realtà oggettive su cui è messa la fantasia del Fantasy sono la paura che il mondo noto possa finire, ucciso dal totalitarismo di turno, ne Il Signore degli Anelli rappresentato dall’oscuro Signore Sauron, e dal suo potere genocidario, gli Orchi. Nella figura di Saruman c’è una figura ossessivamente presente nella storia: l’intellettuale che guarda in faccia il mostro e ne resta affascinato. Saruman lastrica con le sue buone intenzioni gli inferni altrui, sviluppa una mancanza di compassione per le vittime dei totalitarismi, che è pari solo al disprezzo che nutre per la propria parte, cui non perdona nulla, mai. Saruman ridicolizza e intralcia chi cerca di opporsi al mostro. Ne Il Signore degli Anelli ci sono altri personaggi archetipi, Gandalf il saggio e Aragorn, il re: i comandanti, i padri . E infine c’è il popolo, quelli qualsiasi, gli Hobbit, i mezzo cresciuti, legati alla terra. Frodo e Sam non mollano e non si arrendono. Sono loro che vinceranno alla fine. Ricompaiono dal poema epico, le guerriere: Camilla, Clorinda e Bradamante hanno finalmente una discendenza. Il fantasy è l’unico genere che parli di morte e di provvidenza, per questo lo amiamo così tanto. La fiaba più atrocemente attuale è Harry Potter: i genitori muoiono per proteggere il loro neonato da un’aggressione politica talmente criminale che attacca il bambino stesso. Nella figura del maghetto inglese ci sono i convogli partiti per i campi di sterminio, i bambini ucraini morti di fame, i dodicenni uccisi nei gulag di Stalin, e i bambini Hutu fatti a pezzi con i machete. Le fiabe si sono politicizzate: lo spettro non è più l’onestà e involontaria carestia, ma il genocidio. Il nazismo, il fascismo, il comunismo sovietico e cinese, il terrorismo islamico macinano cataste di morti e le coscienze ne sono sempre più soggiogate. L’amore per i totalitarismi è un fenomeno complesso che l’etologia ci rende comprensibile. Le regole morali sono corticali, recenti. L’amore per la ferocia, il fascino che esercita su di noi, è arcaico. Se c’è un capo feroce è più facile sopravvivere essendone un seguace che essendone un nemico. Tanto più alto è il numero di morti, tanto più alto è il consenso. Il fantasy è anche il luogo dove i cattivi sono mostri immediatamente riconoscibile come tali, così che possiamo risparmiarci l’orrore di svegliarci al mattino e scoprire che forse ci siamo sbagliati. Siamo tornati alla danza macabra, nome dato a una particolare rappresentazione che si è sviluppata nel XIV secolo e solo in quello: anche il XIV secolo è stato un secolo di genocidi. Le peste nera devastò l’Europa e gli Ebrei accusati di aver sparso il contagio furono sterminati. I muri di Europa si riempiono di scheletri ghignanti che trascinano via povere creature disperate strappandole alla vita. La Danza Macabra, probabilmente il nome viene da Danza dei Maccabei, è lo scheletro che uccide la vita, è l’archetipo del potere genocidario. Scompare dopo il quattordicesimo secolo per ricomparire nel ventesimo. Sono danza macabra gli orchi del Fantasy, il genere horror con gli zombie, vari tipi di fantasmi e il non morto per eccellenza, il conte Dracula di Transilvania. (2) Questi trascinano i viventi verso la distruzione, una danza macabra in versione moderna. Anche la fantascienza contiene la danza macabra, la nasconde nel pericolo nucleare, la variazione del clima, la pandemia, l’ eventuale arrivo di extraterrestri cattivissimi a forma di scolopendra, macchinari che si ribellano. La danza macabra è l’iceberg del Titanic su cui da sessant’anni tutti viaggiamo.
Nel fantasy si è salvata l’idea della provvidenza, morta sul piazzale di Auschwitz, dove noi abbiamo avuto la prova che Dio non guardava dalla nostra parte. O che, se guardava, il rispetto della libertà umana gli ha impedito qualsiasi intervento. Nel fantasy la cavalleria arriva sempre prima del massacro. E infine c'è quell’ invenzione così drammaticamente consolatoria, che è la profezia. Le profezie ci piacciono, perché se qualcuno può vedere il futuro, vuol dire che il futuro esiste, e siccome il futuro può esistere sono nella mente di Dio, se qualcuno lo legge vuol dire che una mente di Dio esiste, e che c'è un Dio che sta guardando nella nostra direzione.
Il Fantasy è anche il regno delle regine guerriere, delle combattenti, perché è l’intuizione che il dolore comincia con le madri. Ogni creatura trasforma la sofferenza in violenza, non è la sofferenza storica (quanti torti ha subito il suo popolo), ma una sofferenza familiare: quanti torti ha subito sua madre. Nel primo periodo della sua vita un bambino fa blocco unico con la madre. Hitler era figlio di una madre umiliata e battuta, Osama Bin Laden è il figlio numero 56. E’ stato un bambino a stento riconosciuto dal proprio padre, che non ne ricordava il nome. Che incredibile odio verso tutti quelli che non sono il figlio numero 56 e che hanno creato società dove non è possibile essere il figlio numero 56! Un mondo di pace non nascerà mai fino a quando le donne saranno miserabili e schiave. Una donna schiava può diventare madre di un Orco oppure di uno schiavo: il suo dolore diventa la ferocia del figlio oppure la sua acquiescenza alle ingiustizie. La libertà e la giustizia non passano per l’abbattimento dei tiranni, politici o economici che siano: prima o poi si creeranno altri tiranni. Un mondo libero e giusto può nascere solo attraverso le madri. I figli di madri libere e forti non diventano né carnefici né schiavi di nessuno. La pace del mondo passa dal benessere fisico ed economico delle madri, passa dal loro diritto inalienabile di scegliere chi sarà il padre dei suoi figli, dal loro diritto inalienabile di non essere battute, vendute, comprate, sfruttate, ripudiate, lapidate, bruciate. Nessun mondo di pace può nascere sulla negazione di questi diritti. Un mondo dove una creatura umana non ha in mano il proprio destino, dove una creatura umana può essere messa a morte per aver voluto sentire il vento sui capelli, non può essere un mondo di pace. Nessun mondo di pace sarà costruito sul sangue delle donne lapidate, e sull’educato silenzio che ha commentato la loro lapidazione. Nessun mondo di pace nascerà dove è permesso a una bambina di 9 anni di essere data in sposa e di essere condannata alla lapidazione (Iran), nessun mondo di pace potrà nascere fino a quando sarà considerato preferibile lasciar bruciare vive sedici ragazzine piuttosto che aprire un cancello e farle uscire da una scuola in fiamme senza il mantello nero che deve coprirle (Arabia Saudita). Un mondo di pace può nascere solo dalla capacità di non abdicare mai alle idee di libertà e di diritti civili, incluso l’inalienabile diritto di ridere, di tutto incluso le cose più sacre e più serie.
Noi osiamo ridere di Dio e della Morte: questa è la nostra forza. Chi non vuol essere deriso, si dia da fare per meritare rispetto. Chi usa la condanna a morte per ridurre la derisione al silenzio dimostra quanto quella derisione sia giustificata.

3) I lettori di fantasy sono considerati quasi all’unanimità lettori “minori”, bloccati all’interno di un mondo d’evasione da cui non vogliono e non riescono ad uscire. Si tratta davvero di una fuga? E perché col fantasy più che con ogni altro genere narrativo avviene una chiusura ermetica fatta di migliaia di pagine, videogiochi e giochi di ruolo che a volte diventano davvero totalizzanti? Dobbiamo preoccuparci?

Non è una fuga. È un’intuizione. La scelta dell’unica possibile salvezza in una pericolo assoluto e mortale, quello di essere vittima di un genocidio ideologico prima che fisico. L’amore per il Fantasy è cominciato nel ’68 quando la civiltà occidentale ha cominciato a vergognarsi di sé stessa. I nostri intellettuali si sono schierati con il comunismo sovietico e con quello cinese. La gente, anzi il popolo, si è resa conto del pericolo di un’ideologia che negava a un’intera civiltà la sua dignità e i suoi meriti, e come Benedetto Croce ha ricuperato un Medio Evo, ma aggiungendo note fantastiche che lo rendessero non riconoscibile, universale.
I tre assi portanti della civiltà post-illuminista, la responsabilità personale, la libertà di parola e il diritto delle donne di essere assolute e uniche padrone del proprio corpo e del proprio destino, sono ora sotto attacco dal terrorismo islamico, che è cominciato con l’assassinio di almeno centomila donne algerine e si muove su tre direttive: l’aggressione fisica, il vittimismo e la criminalizzazione della vittima. La libertà di parola in questo momento non è più la realtà dell’Europa. La morte di Theo Van Gogh e la mancanza di una lapide nel posto che ha visto la sua morte, ci dice che i valori della libertà sono oscenamente calpestati.
L’unica cosa che ci può salvare è il coraggio.
L’unica narrazione che parla di coraggio è il fantasy, poema epico senza tempo e luogo riconoscibili proprio perché possa essere universale. Noi amiamo il fantasy perché il fantasy è una storia di eroi. Diceva Bertold Brecht: beata quella terra che non ha bisogno di eroi. Quella terra non è più la nostra. Noi abbiamo di nuovo bisogno di combattere per la libertà. La vacanza è finita.

4) Scrivi romanzi fantasy, leggi ossessivamente Tolkien e Primo Levi. Per qualcuno è una scelta ossimorica, difficile da spiegare. A me viene in mente che la maggior parte dei lettori fantasy sono adolescenti, e che l’adolescenza è per forza ossimorica, fatta di Terra di Mezzo e di grande tensione, impegno etico, sofferenza. C’è davvero una relazione possibile tra un momento preciso dello sviluppo umano e una modalità di racconto?

Nessun ossimoro. Il Signore degli Anelli e Se questo è un uomo sono due facce della stessa medaglia, raccontano la stessa storia, la seconda guerra mondiale e il genocidio. Primo Levi racconta quello che è successo e Tolkien quello che avrebbe dovuto succedere. Non ci restano che le liste dei nomi, le infinite liste dei nomi quella di Praga, quella di Gerusalemme. Elenchi di nomi scritti piccolissimi perché ce ne stiano migliaia nella stessa parete è tutto quello che è rimasto, insieme a qualche mucchio di occhiali o cucchiai o Bibbie o capelli recisi. Fotografie sbiadite di scheletri vestiti a strisce. Fotografie sbiadite di cadaveri carbonizzati, con la bocca ancora deformata dall’ultimo urlo. Bambini usati per infettargli la tubercolosi e la lue. Donne cui l’utero è stato bruciato con l’acido.
Il sogno ossessivamente sognato della carica di Sire Aragorn che irrompe sul piazzale di Auschwitz con la cavalleria e gli stendardi al vento, non è solo un tentativo di consolazione. È un mezzo estremo per scongiurare che il disastro succeda di nuovo.

5) Chi lavora con i ragazzi da anni, ci racconta che stanno cambiando moltissimo, più di quanto non avvenisse nelle generazioni precedenti. C’è una figura mitologica o un personaggio dell’immaginario cui secondo te somigliano gli adolescenti di oggi? Quali sono i limiti e le risorse con cui dobbiamo confrontarci?

Ulisse e le Sirene. In tutte le società umane il ragazzo impara dal padre, la ragazza dalla madre. I valori sono gli stessi, i vestiti anche. Sono identiche le parole, i gesti. Il lavoro. La morale. Madre e padre insegnano come si costruisce il matrimonio. Madre e padre insegnano. La corsa avviata nell’800 alla diversità generazionale è cominciata con un cigno affidato a un anatra ed è finita con un cigno affidato a sé stesso. Il ’68 ha fratturato ancora di più ogni legame e nessuno si è ricordato che le fratture sono dolorose e che chi le causa impunemente non è un giusto, ma uno sciocco. Siamo arrivati all’aberrazione di considerare normale che gli adolescenti deridano i propri genitori. Poche cose sono pura sofferenza, come essere figli di un genitore di cui non siamo fieri. Un genitore che ha fatto quel che poteva e che non ha venduto il proprio bambino a una fabbrica di tappeti, perché deve essere deriso? Ogni generazione è oramai una tribù a sé stante, dispersa su un’isola deserta, che deve inventarsi da sola un’etica, un’estetica, un codice comportamentale e un linguaggio. Il padre è colui che insegna la morale: non rubare. Una volta che i padri siano stati azzittiti, l’eroe è colui che si imbuca alle feste e deride e picchia chi si oppone alla rapina. Ulisse è il viaggiatore, l’esploratore, ma anche lo sradicato. Lontano dalla terra che ha lasciato, e da quella che non ha ancora raggiunto, Ulisse è spaventosamente fragile e preda di tutte le trappole e di tutte le lusinghe, le Sirene possono fermarlo. Forse andrà oltre le colonne d’Ercole. L’altra possibilità è che cada e, privo di ogni legame e di ogni rete, sarà la sua una caduta fino alla profondità degli abissi. Perso nel nulla, senza nessuna terra in vista, senza nessun tipo di padre perché tutti hanno dimissionato, ci resta solo Step sulla sua moto. Unica alternativa Sire Aragorn o Rankstrail, come sogno di una visione storica ricuperata, così da poter avere un futuro, che come ogni futuro possibile può essere basato solo sulla fierezza di sé stessi e del proprio passato. In mezzo non c’è più niente.

***

1 La guarigione delle verruche dei bambini mediante narrazioni e riti magici è sempre più diffusa e ufficialmente codificata in molte nazioni, tra cui la Francia e gli Stati Uniti. La guarigione della verruca è mediata dal sistema simpatico, per vasospasmo dell’arteriola nutritiva, e da quello immunitario.
2 La storia è stata scritta nell’ottocento, dove non ebbe un’eccezionale fortuna. È nel novecento che Nosferatu assurge ad archetipo.

I temi trattati nell'intervista sono sviluppati nel libro Il drago come realtà, uscito per Salani nel marzo 2007. 
Silvana De Mari ha studiato Psicoterapia Cognitiva e Ipnologia, oltre che chirurgia.

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