Intervista ad Aidan Chambers
di Nicola Galli Laforest e Emilio Varrà
Articolo tratto dal n.17 - "La costruzione del lettore"
1. Abbiamo chiamato il convegno a cui ha partecipato "la costruzione del lettore" per esplicitare che l’abitudine alla lettura è un processo lento e faticoso, che non si riduce al semplice gesto di consigliare libri accattivanti ma consiste nell’obiettivo di creare una sorta di legame sentimentale tra il giovane lettore e il libro. Come pensa che si possa costruire questo legame?
A me pare che a creare i lettori siano altri lettori. Quando i figli vivono con genitori che danno importanza alla lettura e leggono per se stessi – leggono per il piacere di leggere – i figli tenderanno a diventare dei lettori.
In secondo luogo, il leggere incomincia con la lettura ad alta voce. Non si possono leggere parole che non si siano già sentite pronunciare. Qualcuno che sa leggere bene legge ad alta voce per qualcuno che ancora non lo sa fare. Idealmente, questo incomincia quando il bambino è molto piccolo – prima che compia i cinque anni. Ma vale anche per bambini più grandi – perfino per gli adolescenti – che non siano ancora diventati degli appassionati lettori in modo spontaneo. Io ritengo che gli insegnanti dovrebbero leggere qualcosa ad alta voce per i propri allievi ogni giorno. Questo li aiuta a sentire ‘come suona una storia’, così che poi imparano a farlo nella loro testa quando leggono per sé silenziosamente. E c’è un'altra ragione per leggere ad alta voce: è il modo migliore per introdurre i giovani a libri che non avrebbero mai scelto da soli e per iniziarli alla lettura di testi che potrebbero ritenere ‘difficili’.
Terzo, possiamo leggere solo quello che è a nostra disposizione. Se non ci sono libri intorno a noi, è improbabile che diventeremo dei lettori. In egual modo, se c’è solo una ristretta selezione di libri a disposizione, non avremo molte possibilità di sviluppare i nostri gusti ed interessi. Perciò essere circondati da libri di molti tipi è un aspetto fondamentale nell’educare dei lettori. Ecco perché le scuole e le biblioteche locali sono così importanti e perché le edizioni tascabili dei migliori libri sono essenziali affinchè i lettori possano costruirsi una propria biblioteca personale.
Quarto, non potremo mai diventare dei veri lettori se non troviamo il tempo per leggere. I bravi genitori fanno in modo che i loro figli abbiano un ‘tempo per la lettura’ a casa. Ma molti bambini non hanno genitori che glielo lasciano fare. Perciò è essenziale che il ‘tempo della lettura’ sia garantito ogni giorno a scuola quando tutti i bambini in una classe o in un gruppo possono leggere i propri libri in silenzio.
Quinto, è una cosa naturale, quando abbiamo goduto di qualcosa o quando al contrario qualcosa non ci è piaciuto, parlare dell’esperienza con i nostri amici, e ascoltare quello che loro hanno da dire. Parlare con gli altri di ciò che si è letto, e specialmente con gli adulti, è un altro ingrediente della ricetta che aiuta a sviluppare lettori appassionati e critici che leggono con piacere.
2. Il "piacere di leggere" è stato in Italia da parecchi anni lo slogan su cui si sono fondate tutte le attività di promozione della lettura nei confronti dei ragazzi. Questa espressione aveva senso perché contrapponeva l’idea di una lettura gratuita a quella più tradizionale della lettura come compito scolastico. Ma l’impressione è che questa espressione abbia un po’ perso di senso: leggere rimane una pratica complessa che provoca piacere dopo allenamento e abitudine. E’ molto più facile che i ragazzi, soprattutto in età adolescenziale, si cerchino altrove piaceri più immediati. Non rischia di essere controproducente una promozione tutta giocata sul concetto di piacere? Forse sarebbe il caso esplicitare la fatica di leggere ma di suscitare nei ragazzi il dubbio che è forse una fatica che vale la pena fare. Cosa ne pensa? E quali strategie pensa siano utili?
Non ho dubbi sul fatto che le persone abbiano più probabilità di diventare dei lettori se provano piacere mentre leggono che non se non lo provano. Ma è anche vero che, come ogni cosa che valga la pena fare, ci sono volte in cui leggere è difficile e non immediatamente piacevole. La cosa importante è assicurarsi che ci sia una varietà di molti tipi di letture nella dieta dei bambini. Per esempio, abbiamo tutti dei libri che leggiamo quando siamo stanchi e ci vogliamo rilassare e che ci forniscono un piacere facile. (Sto leggendo le storie dell’ispettore Montalbano di Andrea Camilleri al momento, precisamente con questo spirito.) Poi ci sono libri che leggiamo perché sono esattamente ciò di cui abbiamo bisogno ora – riguardano qualcosa delle nostre vite al momento. (Ho letto di recente l’ultimo romanzo di Philip Roth Everyman non solo perché lo ammiro molto come scrittore, ma perché si tratta di un libro su un uomo che è diventato vecchio, che è precisamente quello che sta accadendo a me, perciò lo leggo con particolare interesse da quel punto di vista.) E infine, ci sono libri e scrittori che sono "difficili" perchè il loro modo di usare il linguaggio o il tipo di storie che narrano, o il modo in cui le narrano, non ci sono familiari e richiedono una nostra intensa riflessione e concentrazione. (Al momento sto facendo un po’ fatica col romanzo Greed della scrittrice austriaca Elfriede Jelinek, vincitrice del premio Nobel, il cui modo di raccontare la storia e il cui stile di scrittura mi lasciano perplesso e non mi procurano ancora molto piacere.)
Quando una simile varietà di letture viene offerta ai bambini, essi tendono a diventare lettori più facilmente di quei bambini che non vengono messi di fronte ad altrettante offerte.
Poi, come ho detto sopra: abbiamo bisogno che qualcuno legga per noi ad alta voce, e di essere circondati di libri, e di parlare di quel che abbiamo letto, ecc.
3. Lei è l'autore di romanzi che si rivolgono a ragazzi grandi, a quella categoria che l’editoria anglosassone ha definito “per giovani adulti”. Ha davvero senso questa categoria dopo i 14 anni? Non basterebbe trovare il modo per consigliare ai ragazzi quei libri che, nella vastità dell’offerta per adulti, più facilmente potrebbero suscitare emozioni e identificazione?
Penso che ci sia effettivamente una forma che chiamiamo "letteratura per giovani adulti". La caratteristica che la rende diversa dalla letteratura per bambini o per adulti è che la storia viene narrata solo dal punto di vista di un giovane adulto. Per dirla altrimenti: ogni cosa nel libro – la storia, il linguaggio, le idee, ecc – è controllata dalla coscienza di una persona negli anni dell’adolescenza. Un romanzo per giovani adulti vede il mondo e gli esseri umani attraverso gli occhi e la mente di un giovane adulto. Naturalmente i giovani adulti possono anche leggere, provare piacere e ritrovare se stessi nella letteratura per gli adulti. Ed è una cosa molto positiva che leggano sia la letteratura per giovani adulti che quella per adulti piuttosto che esclusivamente l’una o l’altra.
4. Si sa che uno dei motori principali per provocare la lettura di un libro è la possibilità di identificarci nei personaggi. Questo vale per tutti, ma è forse ancora più importante per gli adolescenti. Il rischio è però quello di fare proposte in cui il mondo adolescenziale viene semplicemente ritratto, imitando la quotidianità dei giovani oggi. Ha davvero senso far leggere libri che diventano semplici "riflessi" della vita dei ragazzi? L’atto di leggere un libro non dovrebbe anche essere quello di uscire da noi, alzare il tiro della nostra immaginazione, ispirare ambizioni e suscitare pensieri che altrimenti non faremmo?
Nessuna letteratura in nessuna lingua (per quel che so) rappresenta semplicemente il mondo e gli esseri umani come un mero riflesso della vita di tutti i giorni. I grandi romanzi ci mostrano la vita quotidiana, ma lo fanno in un modo che ci aiuta a pensare, a sentire e a conoscere più di quanto potremmo fare da soli o semplicemente osservando la vita di tutti i giorni.
L’esempio pù ovvio è Madame Bovary di Gustav Flaubert. Madame Bovary non è una persona particolarmente colta (tutt’altro), non è molto raffinata o con una mente particolarmente critica. Di fatto, compie alcune azioni molto stolte, che farebbe molto meglio a non compiere. Ma Flaubert ci narra la sua storia in un modo tale da farci capire perché lei è così, e come sono le persone che la circondano, sia per quel che riguarda il loro comportamento pubblico che nel privato delle loro menti. E a causa di ciò, noi terminiamo il suo libro con un sentimento di compassione ed empatia per Madame Bovary, perché la comprendiamo, e capiamo perché ha fatto quel che ha fatto.
Finiamo il libro più informati e più saggi di quanto non lo fossimo prima di averlo letto. E se siamo onesti, dobbiamo ammettere di avere ritrovato un poco di noi stessi in Madame Bovary e grazie a lei comprendiamo meglio come anche noi possiamo comportarci in modi affatto saggi nel corso della nostra vita.
La grande letteratura ritrae la vita di tutti i giorni ma ci porta un passo oltre nella nostra comprensione della stessa rispetto a dove potremmo arrivare semplicemente osservandola accadere.
5. Guido Gozzano, poeta italiano del primo Novecento, parla in una sua poesia di "pensosa adolescenza". Noi siamo convinti che al di là della rappresentazione dei media, che spesso ritraggono ragazzi spensierati o ne criticano la presunta superficialità, l’adolescenza sia ancora e non possa essere che “pensosa”. Insomma un’età per forza filosofica perché deve ricostruire la propria visione del mondo. Siamo piuttosto noi adulti che non comprendiamo questa vera natura. Cosa ne pensa? E come si pone come autore che si rivolge ad adolescenti e li rappresenta nei suoi libri?
Gli adolescenti sono esattamente come gli adulti. Alcuni sono molto riflessivi, altri per niente. A me interessano le persone che vogliono pensare. I miei personaggi si ispirano ad adolescenti che ho incontrato, adolescenti che sono chiaramente dei pensatori e che amano essere portati a pensare. E si basano su di me adolescente, quando ero costantemente interessato alle idee e curioso di capire perché la gente si comportava nel modo in cui si comportava. Sono ancora così. Mi pare che pensare alla vita sia qualcosa che interessi agli adolescenti tanto quanto interessa loro il sesso.
Nello scrivere un romanzo su un adolescente non puoi lasciare fuori il sesso – è troppo importante – e non puoi lasciare fuori la "pensierosità" perché altrettanto importante del sesso a quell’età.
6. Contrariamente a quanto avviene con la maggior parte dei prodotti pensati per adolescenti, dalla sua opera emerge la complessità dei sentimenti. Quasi tutto avviene, più che negli accadimenti, all’interno dei personaggi (e forse questo spiega i fallimenti di chi ha provato a trarre film dai suoi libri..). Ci sembra che questa situazione abbia uno specchio fedele nello stile, sempre ricercatissimo, stratificato e lontanissimo dai canoni per giovani. Come costruisce le sue storie da questo punto di vista?
I film sono immediatamente capaci di rappresentare l’azione. Le opere teatrali riescono a mostrare molto bene i rapporti tra le persone. I romanzi sono ideali per un’esplorazione della vita interiore degli individui – i loro sentimenti, pensieri, intuizioni, ricordi, le loro motivazioni e la loro esperienza spirituale: la loro coscienza. I miei romanzi cercano di trattare questi aspetti della vita. E poiché le nostre vite interiori sono complesse, e non sono mai lineari, nemmeno i miei romanzi sono lineari e semplici.
Come creo le mie storie? Incominciano tutte con un accadimento – una discussione in classe tra due ragazzi, o un incidente in barca a vela, o un improvviso pensiero sconvolgente che fa star male un ragazzo, o un ragazzo che fa irruzione nella casa in cui il protagonista sta dormendo, e così via. E quell’accadimento provoca pensieri e sentimenti e reazioni che io metto sulla carta e che portano all’accadimento successivo e ad ulteriori sentimenti e pensieri, e così via fino a quando la storia non giunge ad una fine. Proprio quel che succede nelle nostre esistenze quotidiane, in realtà!
7. Uno dei problemi più gravi che riscontriamo lavorando con gli adolescenti è il loro atteggiamento nei confronti del valore delle parole. Sembrano spesso rassegnati al fatto che le parole siano ormai svuotate di significato, non credono più che le parole vogliano davvero dire qualcosa. Ci vorrebbe insomma una sorta di “ecologia della parola”. Cosa ne pensa? Sente come scrittore una responsabilità in questo senso, tanto più quando deve far parlare i suoi personaggi?
Non so se sia vero che i giovani ritengono che le parole siano prive di significato. Forse per alcuni è così, ma non per altri. Tutto quel che so è che la mia responsabilità come autore è quella di scrivere il libro migliore che posso, utilizzando il linguaggio nel modo più onesto e più ricco di cui sono capace. Naturalmente ogni romanzo ha la propria ‘voce’ – il proprio modo di usare il linguaggio. Ma quale che sia la "voce", cerco di assicurarmi che il linguaggio che usa sia vivido – non banale o piatto o ovvio o fiacco.
8. Nei suoi libri si ribadisce spesso il legame che c’è tra le storie e la vita, tra le finzioni e la realtà. Noi siamo convinti che esista un rapporto molto stretto: le storie possono dare senso alla vita, trasformano in trame i nostri desideri o le nostre paure e in questo modo danno loro forma. Far conoscere le storie tra i più giovani è allora come dare delle bussole?
Sono interessato al rapporto tra ‘realtà’ (la nostra vita di tutti i giorni) e ‘finzione’. Quello che fa la fiction è trattare della vita per come è, ma trovando un filo conduttore che le dia senso. La fiction ci aiuta a trovare un significato nella vita, ci aiuta a capire perché facciamo quel che facciamo. Rende anche possibile per noi vivere – essere vivi – in modi che non pensavamo possibili. La grande letteratura – tutta la
grande arte – ci aiuta ad essere più vivi di quanto non potremmo essere senza di essa. (Questo naturalmente è un tema molto grosso, che non può essere riassunto in poche frasi.)
9. Ha intitolato uno dei suoi romanzi Breaktime, esplicitando in questo modo un tema ricorrente in tutta la sua opera: effettivamente tutti i suoi protagonisti ad un certo punto decidono di prendersi una pausa dal mondo. A volte sembra quasi una fuga, ma nei fatti questo tipo di pausa ha un ruolo fortemente evolutivo, e i ragazzi ne escono trasformati, come se si trattasse di un rito iniziatico. È così?
Sono d’accordo: tutti i miei romanzi incominciano con un momento in cui i personaggi sperimentano una crisi che li cambia – o che rivela loro un’importante verità che cambia il loro modo di pensare a se stessi e a quello che decideranno di fare delle loro vite. Ho notato che una crisi simile di fatto capita nelle vite di molti giovani. Sicuramente è capitata a me – e forse alla fine i miei romanzi sono anche riflessioni su me stesso, sul cercare di capire me stesso e di dare un senso alla mia vita, oltre che riguardare altre persone e personaggi immaginari.
10. Oltre ai personaggi, protagonisti dei suoi romanzi sono anche i luoghi, che hanno sempre un forte impatto simbolico. La montagna, il convento, Amsterdam, e naturalmente il ponte a pagamento, metafora assoluta dell’adolescenza. Ci racconta come nascono queste scelte?
Sì, i luoghi nei miei romanzi sono sempre significativi – hanno un significato – per la storia. E così gli oggetti che appaiono nella storia. Quando mi preparo per scrivere un romanzo, passo molto tempo ad elaborare di che tipo di setting la storia ha bisogno, e poi a trovarne uno nella realtà. Non invento mai i luoghi. Esistono tutti. Così c’è sempre nei miei romanzi una relazione tra la realtà di tutti i giorni – luoghi reali, accadimenti reali – e il mio uso narrativo di quei luoghi e di quegli eventi. I miei romanzi esistono perciò a due livelli: uno è il livello della vita quotidiana del tutto realistica (le cose che accadono in essi possono davvero accadere e spesso lo hanno fatto); l’altro è il livello metaforico, "fictional", in cui eventi e luoghi acquistano un particolare significato, più grande di quello della realtà quotidiana.
11. Una delle caratteristiche proprie dell’adolescenza è la tensione verso la ricerca della Verità. Questa è evidente anche per i suoi personaggi, che scoprono che "nulla è ciò che sembra", e si trovano a doversi destreggiare tra realtà e finzione, e tra più identità all’interno di uno stesso corpo; ma ancor più pare che lei usi il romanzo come un tentativo di capire cosa succede nella nostra mente. Pensa davvero che le storie finte possano in qualche modo parlarci della Verità?
"Che cos’è la verità?" Di certo è una trama intessuta di molti diversi fili, credo. E non è mai immobile, mai stabile, ma sempre fluttuante. Come l’universo stesso, si muove in continuazione e appare diversa quando la si guardi da un angolo o da un luogo piuttosto che da un altro. Una persona è l’universo in un corpo umano. (Un pezzo di carta è una larga superficie piana quando lo si guardi dall’alto, o è una linea estremamente sottile, come non ci fosse nulla oltre quella, quando lo si osservi di fianco. I romanzi cercano di esplorare l’universo del protagonista. E i romanzi brutti guardano il personaggio come fosse una linea sottile senza niente oltre. Mentre i buoni romanzi cercano di esplorare l’ampia superficie del personaggio e tutto quello che è contenuto in essa.)
Come dice il romanziere Milan Kundera, "Il romanzo è una meditazione sull’esistenza vista attraverso personaggi immaginari." A me pare che il viaggio alla conquista della propria completa autocoscienza ( il "Conosci te stesso", della Bibbia cristiana) sia il compito principale degli esseri umani. E il romanzo è l’aiuto migliore che abbiamo nel compiere questo viaggio.
Diventiamo quello che leggiamo, perciò è bene scegliere con cura le nostre letture!
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