Jack London, Zanna Bianca

di Anna Antoniazzi

Articolo tratto dal n.17 - "La costruzione del lettore"

La cupa, tetra foresta premeva ai due lati del torrente gelato. Gli alberi spogliati dal vento del loro bianco manto di ghiaccio sembravano pendere uno verso l’altro, neri e sinistri, nella luce languente. Un gran silenzio regnava sulla pianura che era anch’essa una desolazione inanimata, immobile, e così solitaria e fredda da esprimere qualcosa di peggio della tristezza. C’era in essa un accenno di riso ma di un riso più terribile della tristezza, un riso che era più lugubre del sorriso della Sfinge, un riso freddo come il gelo e partecipe dell’orrore della infallibilità. Era la potente e incomunicabile saggezza dell’eternità che schernisce la futilità della vita e gli sforzi della vita. Era il selvaggio, il feroce cuore di ghiaccio delle terre nordiche. Ma c’era vita nella pianura e una vita insolente.

Secco, incisivo, insidioso, urticante, doloroso, a tratti terribilmente cruento, ma allo stesso tempo cupamente affascinante, intrigante, a suo modo seduttivo. Questo è Zanna Bianca di Jack London, e già dall’incipit si comprende come il romanzo, da poco divenuto centenario, sia destinato a lasciare una traccia indelebile nella memoria di chi lo ha letto e ad innescare una tormentosa e dolente curiosità in chi, pre-adolescente o adolescente oggi, si appresta alla sua lettura.
Sarebbe certo più semplice, per noi adulti iperprotettivi, evitare alle nuove generazioni di imbattersi, anche per caso, nel romanzo di Jack London, ma così facendo impediremmo loro, ancora una volta, di fermarsi a riflettere, di concedere una pausa alla fretta, di meditare sull’esistenza e sulle difficoltà che si possono incontrare durante il proprio percorso di vita.
L’ibrido Zanna Bianca, figlio di un vecchio lupo e di Kiche, cagna inselvatichita, impara presto che la lotta per la sopravvivenza è aspra e insensibile, soprattutto se si vive in un contesto nel quale tutto si dimostra ostile. Ancora prima di incontrare l’uomo, divinità potente alla cui volontà legare il proprio destino, Zanna Bianca impara a non lasciarsi sopraffare dagli eventi e a non cedere neppure di fronte alle trappole tese dalla natura: la stessa Alaska, quel mondo di ghiaccio che odia ogni forma di esistenza gli permette, in realtà, di scoprire come la vita sia un bene inestimabilmente prezioso, da tutelare in ogni modo, anche di fronte a sofferenze che paiono insopportabili.
Ai ragazzi non importa quello che ad una lettura adulta può sembrare un arcaismo filosofico, loro non si curano del determinismo, continuamente ribadito, secondo il quale ogni azione, ogni comportamento sarebbe il risultato delle cause che l’hanno prodotta, e neppure del darwinismo che sottende la narrazione per il quale sopravvive chi meglio sa adattarsi, anche alle situazioni più ostili.
Quello che i ragazzi vedono è il dispiegarsi del mondo dell’avventura; un mondo pieno di insidie, pericoli, avversità, ma un mondo nel quale ci si può – anzi ci si deve – mettere alla prova, saggiando limiti ed esplorando possibilità. I ragazzi sanno che l’avventura, quella vera, non fa sconti. Ci si deve mettere in gioco, se si vuole raggiungere la meta, perché la posta in palio è alta: in ballo c’è la loro stessa vita di adulti di domani.
Ma l’avventura, e questo è quello che preoccupa l’adulto, è anche trasgressione, prevede che l’ordine stabilito sia infranto e che sia ricercato un nuovo equilibrio: non si diventa adulti senza sperimentare l’alterità e senza assumersi la responsabilità diretta di tutti i rischi che crescere comporta. Altre forze operavano nel cucciolo e la più importante era quella della crescita. L’istinto e la legge richiedevano obbedienza, ma la crescita pretendeva la disobbedienza. La madre e la paura gli imponevano di tenersi lontano dalla parete bianca, ma la crescita è vita e la vita è destinata a cercare sempre la luce; così non c’era modo di soffocare il flusso di vita che sorgeva in lui, crescendo ad ogni boccone di carne che ingoiava, a ogni respiro del suo petto. Alla fine, un giorno, paura e obbedienza furono spazzate via dall’impeto di vita: e il lupetto strisciò a gambe larghe verso l’entrata.
Al di là della protezione della tana, e della madre, c’è una realtà drammatica e terribile che deve essere affrontata. D’altra parte a spingerlo è la curiosità tipica dell’adolescenza fatta della necessità impellente di conoscere, agire, vivere secondo quanto insegna l’esperienza. Zanna Bianca impara presto, a sue spese, che non basta incontrare il “nemico”, qualunque sia la sua veste e la sua forma, occorre affrontarlo a viso aperto e vincerlo senza lasciargli tregua. Ma impara anche che, per sopravvivere, occorre essere leale verso gli uomini che, in un modo o nell’altro, in maniera più o meno crudele, si occupano di lui. Anche nei momenti assolutamente tragici Zanna Bianca non rinuncia a combattere, sia metaforicamente che realmente, per la propria dignità, ed è proprio quando ormai tutto sembra perduto che scopre come, in realtà, le prospettive di un’esistenza migliore non siano poi così remote.
Il romanzo di Jack London, come i classici della letteratura, continua a parlare al suo pubblico e a regalare emozioni; o meglio, permette al suo pubblico di esplorare tutta la gamma delle emozioni, dal terrore più profondo e selvaggio alla dolcezza più tenera e affettuosa. Ma non solo. Come tutti i grandi romanzi si presta a una pluralità di chiavi interpretative che si confermano e si rinnovano ad ogni nuova lettura.
Zanna Bianca, dunque, si rivela una potente metafora di crescita, uno specchio – a tratti deformato e deformante – attraverso il quale comprendere che il disagio, la sensazione di inadeguatezza, di smarrimento di fronte alla realtà, che accompagna ogni adolescente, può essere vinta grazie alla volontà, al desiderio di superare gli ostacoli, di farcela al di là di ogni privazione e limite. Per la società della fretta, però, la storia del "lupo-cane" narrata da London diviene anche un filtro necessario per osservare la realtà con uno sguardo rinnovato. Abituati a guardare la sofferenza che passa veloce attraverso gli schermi, senza lasciare traccia e senza visibili conseguenze, Zanna Bianca permette di osservare il divenire del dolore, di toccare le ferite, di vederle sanguinare, cicatrizzare e sanguinare ancora, fino alla catarsi finale dove ogni cosa – come nelle fiabe che ci piace ricordare – ritorna al suo posto, e anche la ferocia diabolica è vinta, grazie alla dolcezza.
Fino a quando ci saranno adolescenti in cerca di destino, dunque, ci sarà bisogno di Zanna Bianca e quello stesso bisogno si perpetrerà fino a quando ci saranno cuccioli – di ogni specie – maltrattati. Ma anche oltre, nel regno di Utopia, ci sarà ancora bisogno di Zanna Bianca per la forza del racconto, per l’incisività della scrittura, per il “realismo” delle emozioni suscitate, per le occasioni colte, e per la fiducia in se stessi che, nonostante tutto, riesce a infondere.

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