La guerra sia con voi: l’altra scuola di Mino Milani
di Nicola Galli Laforest
Articolo tratto dal n.14 - "L'ultima ora. Adolescenti e scuola"
Non ci sono pasticci possibili quando si è davanti alle grandi scelte della vita. Nella sua postfazione a Crespi Jacopo, Faeti indica la strada maestra su cui ci fa incamminare, sempre, Mino Milani. Nei bivi esistenziali, come in quelli di tante fiabe, spesso ci si trova davanti a mulattiere che salgono rocciose, che non sceglieresti mai, perché hanno accanto sentieri morbidi e comodi; per lo più, a quegli incroci che incontriamo ogni giorno, facciamo scegliere agli occhi, ai piedi, cincischiamo un poco e imbocchiamo il percorso dolce.
I ragazzi di Milani, gli eroi, i santi, i mascalzoni, invece, non sono fatti per il bilancino, sono devoti alla meta: sanno che le strade che non portano lì, dove bisogna andare, dove è giusto andare, non sono strade, e il discorso è chiuso. I suoi sono personaggi che si sono impantanati, come Dante all’inizio della Commedia, che senza accorgersi sono finiti nella stessa selva e hanno smarrito la via, forse la cercano, forse no: devono salvarsi, in qualche modo, e per farlo non ci sono compromessi possibili. C’è un appuntamento fisso, in tutti i suoi romanzi, che aspetto, sicuro che arriverà, piccolo e potente, e che ogni volta riesce a prendermi alla sprovvista, ad emozionarmi: a una richiesta, a un ordine che arriva dall’alto, da chi ha il coltello dalla parte giusta, a un imperativo che è immorale e che è molto facile eseguire, e comporta molti vantaggi, Mino va a capo, e il protagonista dice "No.".
Le due lettere, e il resto della riga che rimane bianca sono un’affermazione di identità sorprendente, non solo per chi le pronuncia, ma per l’uomo tutto; chi legge raddrizza la schiena, tira fuori il petto. Forse questa è una delle grandi armi pedagogiche dell’avventura tour court: chi parte, chi decide di lasciare la poltrona e andare per una strada nuova, non ha alibi, si assume tutte le responsabilità. Una volta scelta l’avventura, si ha costantemente la vita tra le proprie mani, si ha la responsabilità anche dell’incontro col mostro; Milani va oltre, carica tutto il peso anche sulle spalle di chi non ha scelto, ma è stato scelto. Come nei migliori episodi di Topolino, a volte il Destino chiama, altre bussa e rapisce. In Crespi Jacopo il giovane protagonista viene caricato su una diligenza e mandato lontano, in Guglielmo e la moneta d’oro basta un soldo trovato a terra per cambiare tutto, in L’ultimo lupo Enzo viene portato dalla città nel bosco per cacciare, Efrem da contadino è legato e trasformato in soldato di ventura, Luca ne L’uomo venuto dal nulla viene bloccato da due teppistelli prima di entrare a scuola, in Sognando Garibaldi Marco si risveglia nel 1843, su una nave che va in Uruguay... bastano tre secondi e la vita ha una virata che è totale, e il fatto che sia inaspettata non consente comunque di tornare indietro al via: come nella realtà, del resto. E il mondo stra-ordinario dell’avventura, che si oppone a quello ordinario di ogni giorno, scintilla, spalanca orizzonti, necessita di impegno continuo; coinvolge in una vita piena, certo, ma non solo quando si è pieni di entusiasmo, anche e soprattutto quando sarebbe bello impigrirsi, fermarsi, starsene in pace. Ed ecco, allora, che anche San Rocco, in una splendida vita immaginaria che Milani si inventa, va in giro a capovolgere le benedizioni, e ad augurarsi: La guerra sia con me.
Non la guerra che combatteva da mercenario, nemmeno quella terribile e invisibile nell’Africa di Un angelo, probabilmente, ma la stessa dello zio Davide ne L’uomo venuto dal nulla e di Dick in Aka Hor: contro la disperazione, contro il mal di vivere, contro la morte interiore; contro la paura, in fondo, perché come ci ricorda sempre, il coraggio è la forza di vincerla. E qualora si trovi il coraggio, gli atti che ne seguono non premiano mai subito, non preparano immediate discese, non sono facili, si pagano duramente.
Così, con uno stile secco che asciuga ogni sensazionalismo, emerge come una indicazione, sempre, la figura dell’eroe, anzi il vivere eroicamente, a qualunque età, in qualsiasi tempo e occasione, a dire che anche Garibaldi è stato un ragazzetto, San Rocco un ricco mercante, Efrem un contadino, che anche loro hanno avuto giorni ordinari. Anzi, in Sognando Garibaldi a rispondere alla paura di Marco: "È che… non ho mai provato" ci pensa lo stesso Generale "All’inizio nessuno ha provato".
Leggendo Milani, si intuisce improvvisamente il Vero, l’Autentico. Ci si trova anche a comprendere cosa sia la verità delle storie, non solo quella biografica o storica, ma quella che riceviamo da fatti mai accaduti a persone mai esistite, che però riescono ancor meglio a toccare certe corde. Gli occhi azzurri, per esempio. Chi ha qualcosa da dire ha gli occhi azzurri, nei suoi romanzi, e tanto basta, nella sua semplicità, ad arrivare dove serve. Quella delle sue storie è anche l’autenticità dell’inattuale, quando tutto è troppo attuale e giustificato da se stesso, del guardare da una prospettiva sghemba: tutte le volte che non si ha una vista frontale, normale, come quando si è in viaggio, ci si riscopre grazie allo sguardo obliquo cui siamo costretti, lo stesso cui ci obbligano Tommy River che sta con sudisti e pellerossa, o il milionario che invece di godersi i suoi soldi se ne va in Africa a cercare chissà cosa, o Efrem che fa il soldato di ventura, o il vecchio zio di Enzo che sembra un eremita pazzo e ingrato. A leggere, scrivere e far di conto, sono capaci solo i protagonisti, o i grulli, e sembra un potere stregonesco inutile, perché per vivere c’è bisogno di altro, di braccia, di asce, di martelli, ma in un colpo, per un episodio piccolo, se ne rivela tutta la grandezza, e la consapevolezza che tutti noi lo sappiamo fare. Alle nuove generazioni, che crescono nel mondo scollato che abbiamo preparato e che assomiglia sempre più alla caverna del mito platonico, le avventure di Milani propongono uomini scollati, marginali: ci sono tanti zoppi, strambi, gobbi, pazzi, storpi, muti, smemorati, dai boschi del tardo Medioevo alle barche sul Ticino di metà ottocento, da Candia alle province industriali del Duemila. Mino racconta spesso, quando incontra i ragazzi, che è perché anche lui da piccolo ha avuto un suo zoppo, un uomo che aveva perso le gambe in guerra e che stava su un carretto, trainato da un cane, e che gli ha fatto da maestro. Ma molti altri hanno scoperto, in queste esperienze, qualcosa di speciale: le Sfingi, le Sirene, le Meduse, i mostri del Mito sono lì a indicarci dei limiti, ci fanno ragionare sull’uomo, sul mondo, sono apparecchi ermeneutici, e anche telescopi che ci fanno vedere dove di solito non arriviamo; e del resto il rapporto speciale che c’è tra infanzia e mostri, tra mostri e verità è tutto racchiuso nel protagonista de L’isola del tesoro, che Milani ha anche adattato da maestro per Pratt. Di sbieco lui ha sempre lavorato, come a calcare su una proposta pedagogica che dovremmo fare molto nostra: dai tempi del Corriere dei Ragazzi ha sempre appassionato con una sua speciale didattica della storia, che non si avvale soltanto delle imprese di Cesare o di Napoleone, ma di un avvincente Processo a Nobel, a Oppenheimer, a Robespierre; mette Einstein, Giotto, Coppi sotto indagine ne "I Grandi nel giallo", fa L‘inviato nel tempo, sempre accompagnato da giganti dell’illustrazione e del fumetto come Toppi, Micheluzzi, Di Gennaro, Manara, Siò. Con la Storia Milani, che ha scritto una delle più importanti biografie su Garibaldi e una poderosa storia avventurosa di Pavia, dialoga costantemente, e ha un rapporto così attento, discreto e allo stesso tempo passionale da permettere e invitare allo stesso approccio anche i ragazzi, e molto di suo si dovrebbe recuperare, anche tra ciò che sembra sparito, all’interno della scuola, come proposte didattiche attuali e di grande livello.
Mino Milani è uno scrittore per ragazzi vero, come ce ne sono pochi, con una vocazione pedagogica quasi d’altri tempi, dura e gentile, che non nasconde nulla. Ne L’ultimo lupo Melania, una compagna che fa da bussola a Enzo e gli indica con la sola esistenza un voler essere ideale, (a proposito di Storia, qui non ci sono riferimenti di nessun tipo, ma lei, che non vuole parlare del suo cognome, si chiama Segre e ha a cuore chi tenta di scappare…) parla così del vecchio e selvatico zio Mario: "Uno di quelli che hanno il coraggio di dire a noi ragazzi che la vita è complicata, e non quella cosa stupida che ci fanno credere". Il giudizio viene dopo che Enzo le ha raccontato di averlo visto piangere sentendo recitare La nebbia agli irti colli…, come se quel gesto avesse aperto in loro una voragine. Piangono tutti, gli eroi di Milani, anzi sono eroi nel momento in cui piangono, perché ci spiazzano e ci si ancorano dentro: quale scena più vera di un vecchio, di un Garibaldi, di un ragazzo solo, di un soldato che piange? E chi c’è di più eroico di uno che può permettersi di piangere mentre leggiamo di lui?
Peter Bichsel, che si è a lungo dedicato a educazione e lettura, in Al mondo ci sono più zie che lettori scrive che per solito le zie non sono lettrici, ma regalano libri a tutto spiano, e i libri da zie sono quelli che vogliono convincere di vivere in un mondo senza problemi. Milani non è una zia, e non autorizza nessuno dei suoi adulti ad esserlo; le zie evaporano, rimangono solo quelli che hanno qualcosa da dire, magari briganti, infami e disonesti: "dalla gente con cui si vive, male o bene qualcosa si impara: Marco aveva imparato a non voler diventare come quei marinai. Mai." (1)
Nelle sue storie, con la Storia, l’Avventura, ci si dedica finalmente, per immersione, a quella parte della filosofia che da tempo è la più bistrattata e che non ci riguarda più come società, che è l’Etica. Ci sono dei valori di base, ci dice Milani, che vanno conservati, costi quel che costi. Efrem viene condannato a morte tre volte per i suoi "No.", e per tre volte accetta la condanna, perché le alternative non erano strade praticabili per la sua idea di Uomo. Così i suoi Maestri non ne hanno l’aspetto, e per molti atti e pensieri nemmeno lo sono: in certi altri, però, parlano direttamente all’uomo che c’è in chi li ascolta e li legge, qualsiasi età abbia. Rodari scriveva: "Per raccontare avventure, secondo me, tra quanti sono nati dopo Emilio Salgari non c’è nessuno più bravo di Mino Milani in Italia. E se ce n’è uno in Europa, io non lo conosco." Ma coi suoi libri non si ha di fronte solo una gran bella storia, si capisce cosa significa leggere, si attua una pedagogia nella lettura: ci si trova davvero dentro, non solo alle pagine, ma anche a se stessi, e si incontrano in quegli strani maestri compagni di viaggio, che sono in fondo quello che cerchiamo e che danno luogo ad ogni formazione. Ci si ferma, durante la lettura, e ci si chiede noi cosa avremmo fatto, lì, in quel momento, e si pensa che sarebbe bello diventare come loro. Si rimane impietriti, come stupidi, quando chiedono anche a noi "e cosa sarai, dunque?". E in quei momenti, grazie a Milani, la lettura svela il suo segreto collegamento con la tristezza, quella più nobile, col vedere immagini ideali, purissime anche se sono sporche, col capire improvvisamente il rapporto che abbiamo col Tempo, col non sprecarlo.
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1 Sognando Garibaldi, Piemme Junior, Casale Monferrato 2005, pag. 33
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