La soglia e lo starnuto: storie di guerre e di iniziazioni saltate

di Nicola Galli Laforest

Articolo tratto dal n.13 - "Ragazzi selvaggi"

Già. Si va avanti. E anche il tempo va, fino quando innanzi a noi si profila una linea d’ombra, ad avvertirci che bisogna dare addio anche al paese della gioventù. (1)
Non che esista un momento preciso in cui si passa di là, un istante esatto in cui non si è più piccoli, o si diventa altro. C’è una Linea d’ombra, prima, ci insegna Conrad, una soglia lunga venti giorni di calma piatta su una nave immobile, o impalpabile e velenosa come quella che ha rapito Kurtz in Cuore di tenebra. Presso molti popoli, soprattutto quelli di uomini che chiamiamo ancora selvaggi, i riti di iniziazione duravano molto, anche moltissimo, e il passaggio della Soglia si protraeva per il tempo necessario al viaggio. Siamo nel campo degli atti pedagogici che pretendono tempo, per risultare tali, delle iniziazioni corrette, anche se dolorose, anche se terribili, anche se devastanti: come pedaggio per farsi uomini si rimaneva feriti, si incidevano addirittura le carni.
Ricordo ancora benissimo quando bambino vidi l’indimenticabile iniziazione di Un uomo chiamato cavallo, la sensazione mentre guardavo l’inguardabile, -e ora so che l’appeso venne graziato di qualche minuto dalla censura televisiva-, la quasi morte che ne seguiva; ma poi anche il premio, la rinascita da guerriero Sioux e infine la nomina a capo tribù. Anche Kurtz è diventato capo tribù; dopo l’ombra, dopo la tenebra anzi, è diventato addirittura un dio per la foresta-levatrice. Ma qualcosa non è andato, e il parto è riuscito mostruoso. Mi chiedo se Kurtz, spirito addirittura gigantesco quando a prestargli il sembiante è Marlon Brando nella riscrittura filmica Apocalipse Now, poteva non essere pronto per quell’esperienza. Oppure, se in quell’esperienza c’è stato qualcosa, un click appena, che ha permesso il passaggio di soglia, ma della porta sbagliata. Anche Fuochi di Mattotti riprende Conrad e ne sottolinea l’aspetto bellico, mantenendo in primo piano il tema del passaggio interiore: «Quella notte ero passato da un’altra parte. Una parte in cui è difficile riconoscere i tuoi simili. Una parte in cui le cose sono come si sentono. Una parte in cui non si può rimanere che soli. (2)»
Qualcosa di simile deve esistere, come una soglia saltata con l’asta, un sassolino che porta il braccio della bilancia dall’altra parte, che rompe l’equilibrio: un sassetto soltanto, ma che non si può più togliere una volta posato.
Alla fine del 2004 mi è capitato di leggere uno dietro l’altro, senza premeditazione, (almeno conscia) tre libri usciti a breve distanza tra loro. Si tratta di tre storie di guerra con protagonisti adolescenti. Una guerra dell’Ottocento, una guerra del Novecento, una guerra del Duemila. Nessuna è una guerra televisiva, o da videogame. E nessuna soprattutto sceglie di raccogliere l’eredità di vecchi, grandissimi classici, eppure riescono tutte a raggiungere, in maniera diversa, una valenza pedagogica forte, ancora misteriosa, nuova. I capolavori del genere, La grande avventura di Westall per dare un capofila emblematico, hanno letto la guerra secondo l’ottica, davvero rilevante e potente, della queste, del percorso di formazione, secondo una spietata e ricchissima pedagogia dell’estremo. «La guerra si pone certo come una situazione ultima, come il contenitore torvo, infernale, persino sardonico, dell’orrore delle prove iniziatiche, dei passaggi, delle iniziazioni» (3).
Ebbene, queste tre guerre prendono altre vie, toccano altri luoghi della mente, parlano quasi di una iniziazione saltata, di una zona d’ombra mai vissuta, mai vista, un trabocchetto istantaneo, che fa pensare semmai alla crescita di Alice quando non sa resistere all’uvetta sultanina sulla torta, e saluta i suoi vecchi piedi come fossero una sua antica muta «Ciaaao piedi! oh, poveri piedini miei, chi vi metterà le calze e le scarpe adesso, cari? Io no di certo! sarò troppo fuori portata per occuparmi di voi...». Ecco, sembrano iniziare qui, dall’essere ormai fuori portata, Un cuore da soldato di Gary Paulsen, Eroi di Robert Cormier, Appunti per una storia di guerra di Gipi. Ci si sente, lettori, quasi scippati di un passaggio, di quel passaggio che ci fa godere della mezza spanna guadagnata in altezza dai protagonisti in crescita durante l’attraversamento di una soglia. Paulsen, su Charley, in mezzo alla Guerra Civile Americana: «Era troppo vecchio. Non vecchio di anni: non aveva ancora cominciato a radersi né a conoscere le donne. Ma per altri versi era vecchio, vecchio per eccesso di vita». Cormier su Francis, Seconda Guerra Mondiale: «Per il mio tredicesimo compleanno mi aveva preparato una torta. Erano passati solo cinque anni, ma a me sembrava un’eternità.» Gipi su
Christian, in una guerra italiana di oggi: «Christian pareva cresciuto di colpo. Non avresti mai detto che avesse ancora (e soltanto) diciassette anni». In tutti i casi al lettore è sottratta la metamorfosi, e, lo si capisce bene, la metamorfosi è stata sottratta ai protagonisti qualche pagina prima dell’inizio del libro, quando erano ancora ragazzetti.
C’è una strepitosa storia a fumetti che viene dalla Norvegia che mette in mostra, esattamente a metà volume, un momento di questo tipo, e ce lo spiega, ci dice anche con una dolcezza crudele che per la gran parte purtroppo funziona così, si salta la soglia, si è incapaci nella nostra società di iniziazioni vere: non ci sono adulti in senso stretto, ma scheletri un po’ ammuffiti in viaggio su un bus. Ehi, aspetta di Jason racconta di una splendida, lentissima infanzia di due amici, tra caramelle gommose e cerbottane, mutande del nonno e laghetti. Poi accade qualcosa, un colpo maledetto della vita, e lo starnuto dopo si è già grandi, grandissimi e battuti.
Sarà un caso, ma la figura dell’antieroe, dell’uomo sconfitto, lontanissimo da Achille o da Ercole, dall’agone della sfida con le avversità, che rappresentavano la raggiunta e piena maturità, è proprio dell’età che ha voluto o dovuto far sparire i riti iniziatici: come se perdere l’attraversamento della soglia porti con sé, annullandola, anche la possibilità di essere eroi. Gli Eroi di Cormier, nonostante le loro azioni e le medaglie, non possono che ripetere noi non eravamo eroi. Eravamo soltanto là: non contano i gesti, ci dicono, ma il modo di essere là. E infatti la guerra non è grande iniziatrice in queste storie perché in qualche modo è arrivata tardi, uno starnuto precedente ha già fatto tutto, e i ragazzi sono più vecchi di mille anni. Dei ragazzi selvaggi veri, i ragazzi lupo, orso, scimmia, si fa notare che nessuno ha fatto la fine di Mowgli: «è un dato di fatto che, esposti all’opera della civiltà, tutti i bambini animali o selvaggi sono morti giovani, prima dei vent’anni» (4). Come Charley, quello vero e quello raccontato da Paulsen, morto di vecchiaia a ventitre anni, come gli scheletri ammuffiti di Jason, quasi non ci fossero chance di recuperare un’iniziazione saltata.
Forse queste tre storie di guerra non sono storie di guerra, ma storie di identità e di starnuti. Tutte, curiosamente, aprono allo stesso modo, con un nome proprio dopo poche parole. Tutte chiudono con una smaterializzazione dell’identità, in qualche maniera, e gli uomini senza testa nell’ultima tavola di Gipi spiegano molte cose. Come il fatto che in un romanzo che si chiama Appunti per una storia di guerra, raccontato con più di cento grandi tavole ad acquerello, la guerra sia mostrata soltanto una volta, in uno scacchetto di tre centimetri per tre, il più piccolo. Il fumetto di Gipi, con la sua saggezza, coi suoi ritmi, col suo mal di vivere, coi suoi meravigliosi tratti che a guardarli bene sembrano rubati da Quentin Blake, con i suoi paesaggi mozzafiato, è un capolavoro filosofico di attenzione sull’essere, sul diventare, o sui loro contrari. La telecamera di Gipi sta sempre bassa sui tre ragazzi protagonisti, li guarda da appena più in giù, sotto la spalla, come se a osservare le loro mosse, o le non mosse, fossero loro stessi: ma come erano qualche pagina prima dell’inizio del libro, prima dello starnuto.
Paulsen, Cormier e Gipi, non a caso scelgono una struttura a tre tempi: il prima dello starnuto, che non si vede se non come flashback; il dopo, ed è la narrazione principale, che nasconde le altre; il momento del racconto e del ricordo, in una situazione di pausa, seduti o a passeggio. Ma sono racconti e ricordi da chi ha Un cuore da soldato, che è un modo di dire per indicare quei reduci che soffrono di misteriose sindromi post traumatiche, che sono quasi assenti, freddi, vivi ma non del tutto. Come persi sulla linea d’ombra, convinti di essere già stati di là.

***

1 Conrad J., La linea d’ombra, Garzanti 2003
2 Mattotti L., Fuochi, Granata Press, 1991
3 Antonio Faeti, "Dentro il rifugio, fuori dal guscio", in I diamanti in cantina, Bompiani, Milano, 1995, pag. 124
4 Réné Schérer, Guy Hocquenghem: Co-ire. Album sistematico dell´infanzia, Feltrinelli, Milano 1976

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